I media, presi solo dall’eccitazione della propaganda anti-trumpiana, non hanno visione. Neanche gli intellettuali sanno disegnare scenari di lungo periodo. Non colgono i sommovimenti profondi. Per loro, come dice Fiamma Nirenstein, «è difficile guardare le tracce della storia che si nascondono nella sabbia della cronaca». Per esempio, fra gli iraniani, i quali ritengono che il nemico loro e della loro storia sia il regime degli ayatollah (non Trump), si sta verificando da anni un cambiamento profondo che certamente vincerà anche se la teocrazia sciita dovesse sopravvivere a questa guerra. Non si tratta solo di opposizione al regime, ma addirittura di abbandono dell’Islam. Ha accennato a questo clamoroso fenomeno, tempo fa, Edward Luttwak: «L’Iran, per più del 50%, è post-islamico, come attestano le sue moschee vuote. Il secolarismo allo champagne dello Scià (negli anni Settanta, ndr) aumentò l’attrattiva della moschea che Khomeini sfruttò per imporre la sua inventata regola della “supremazia del giurista sciita” che rende ancora Khamenei il capo. Presto tutto questo scomparirà».
L’analista americano faceva implicitamente riferimento a varie rilevazioni come quelle condotte dal Gamaan, un’organizzazione indipendente che analizza ciò che accade in Iran. Il sondaggio, intitolato “L’atteggiamento degli iraniani nei confronti della religione”, è stato condotto dal 6 al 21 giugno 2020. Sono stati intervistati oltre 50.000 persone, di cui circa il 90% residenti in Iran. Ovviamente con metodi che garantiscono l’anonimato perché l’apostasia è un crimine grave sotto quel regime. «I risultati di questo studio» dice il sito di Gamaan «riflettono le opinioni dei residenti iraniani alfabetizzati di età superiore ai 19 anni, che costituiscono l’85% della popolazione adulta iraniana. I risultati possono essere generalizzati alla popolazione di riferimento con un livello di credibilità del 95% e intervalli di credibilità del 5%». Si scopre che – a fronte dei dati ufficiali secondo cui il 99% della popolazione sarebbe musulmana - in realtà si identifica come musulmano sciita il 32%, il 5% musulmano sunnita, il 9% si definisce ateo, l’8% zoroastriano, il 7% spirituale, il 6% agnostico. Altri hanno dichiarato di identificarsi con il misticismo sufi, l’umanesimo, il cristianesimo (si sa di molte conversioni, ovviamente clandestine), la fede bahá’í o l’ebraismo. Circa il 22% non si è identificato con nessuna di tali religioni.
Guerra in Iran, "michette a rischio": siamo alla paranoia
Rieccoli, gli ayatollah di casa nostra. Niente turbante d’ordinanza (per ora), nessuna volontà apocalittica...Da un sondaggio del ministero della Cultura iraniano del 2023, trapelato sui media, risulta che il sostegno alla separazione tra religione e Stato è intorno al 73%. Inoltre l’85% degli intervistati ritiene che la società iraniana sia diventata meno religiosa di cinque anni prima e l’81% prevede un ulteriore calo futuro. Solo l’11% prega regolarmente in moschea. Un alto funzionario sciita, Mohammad Abolghassem Doulabi, nel 2023 ha rivelato addirittura che su circa 75 mila moschee presenti in Iran, circa 50 mila sono state chiuse. Questo fenomeno storico – di enorme importanza se si considera che proprio la rivoluzione khomeinista accese l’islamismo nel mondo – va di pari passo con il progressivo allontanamento dal wahhabismo tradizionale da parte del mondo sunnita, in particolare l’Arabia Saudita (che è il cuore dell’Islam) per impulso del principe ereditario Mohammed bin Salman. Certo, l’Islam resta lì religione di Stato e la sharia la fonte principale del diritto, non c’è vera libertà religiosa e l’apostasia rimane un gravissimo reato. Quello saudita non è uno Stato democratico, tuttavia le riforme avviate rappresentano un deciso allontanamento dall’islam più rigido e militante che per quasi 300 anni ha dominato nella penisola arabica (oltretutto l’Arabia Saudita ha smesso di finanziare massicciamente moschee e scuole wahhabite/salafite all’estero).
Iran, gli ayatollah alzano la posta in palio: la loro richiesta
Donald Trump «ha fatto la storia. Nessun altro presidente, nei 47 anni della Repubblica islamica, ha mostrato la s...Questo processo riguarda diversi Paesi arabi e musulmani. Se si somma all’ormai dura opposizione di molti di loro alla Fratellanza musulmana, se si considera poi l’adesione o la prospettiva degli Accordi di Abramo, infine il loro schieramento – nell’attuale guerra – a fianco di Stati Uniti e Israele, si comprende che siamo di fronte a un cambiamento epocale che ridisegna tutta l’area mediorentale. Un cambiamento favorito proprio da Trump, fin dalla sua prima presidenza. Far avanzare tutto questo processo significa molto per tutto il mondo, considerato cosa il rischio islamismo ha rappresentato negli ultimi 50 anni. Può portare finalmente a una vera pacificazione. Alla fine c’è il rischio che proprio l’Europa diventi il rifugio dell’islamismo. Lo fa pensare la clamorosa notizia del gennaio scorso: gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di escludere le università britanniche dall’elenco degli atenei finanziabili con fondi statali e dal riconoscimento automatico dei titoli di studio, perché il governo degli Eau teme che i propri studenti, in quelle università, vengano esposti al rischio di radicalizzazione islamista. Con le politiche progresiste l’Europa diventerà l’Eurabia?




