Trump incarna il potere politico, il Papa è l’autorità morale. La loro disputa è una questione strategica, riguarda la guerra su cui il Papa può esprimersi come vuole, ma nel momento in cui lo fa (entrando nel dominio di Cesare), si espone alla replica. Quella di Trump è sgraziata e infelice, ma non per questo cancella il tema centrale: il Presidente degli Stati Uniti sulla guerra pone un dilemma strategico al quale il Pontefice non ha risposto: cosa si fa con l’Iran che ribadisce di voler continuare il suo programma nucleare? Non è una questione teologica, almeno non per chi ha sulla testa la minaccia dei missili iraniani. Nell’ultimo scorcio del Novecento, l’alleanza tra Ronald Reagan, Margaret Thatcher e Giovanni Paolo II contro l’Unione Sovietica fu fondamentale per battere l’Urss e aprire una lunga stagione di espansione della democrazia e del capitalismo, gli elementi della libertà, compresa quella religiosa. Nell’era nucleare, deterrenza e riarmo sono strumenti per evitare conflitti.
Il Papa che parla di pace non è un problema, ma qual è il suo magistero sulla minaccia nucleare iraniana? E a questo punto, se non esiste la “guerra giusta”, come si difende l’Occidente costruito su Cesare e Dio? Nella drammatica sfida contro l’Armata Rossa vi fu un monsignore che definì il sottomarino nucleare Trident «l’Auschwitz del nostro tempo» (lo ricorda Giancarlo Zizola nel libro “La spada spezzata”), ma l’azione di Reagan fu “assistita” da Karol Wojtyla, creando un’alleanza di fatto tra potere temporale e spirituale contro un nemico comune, l’Unione Sovietica.
La storia del XX secolo suggerisce che la contrapposizione netta è fuorviante. Il problema non è se il Papa possa parlare, ma che le sue parole devono confrontarsi con la realtà strategica di un avversario (l’Iran) che non rinuncia alla bomba atomica, ponendo una questione concreta di “guerra giusta” a cui la sola condanna morale non fornisce risposta. Con grande rispetto, non basterà pregare.




