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"Aiutate Cuba". La sinistra non perde i vizi

I cosiddetti “progressisti” nostrani (quanto di più oscurantista offra il mercato politico-culturale) hanno due patrie d’elezione
di Giovanni Sallustisabato 23 maggio 2026
"Aiutate Cuba". La sinistra non perde i vizi

3' di lettura

I cosiddetti “progressisti” nostrani (quanto di più oscurantista offra il mercato politico-culturale) hanno due patrie d’elezione. La prima è l’Iran degli ayatollah, la Repubblica islamica che folgorò sulla via di Teheran l’intellighenzia gauchista e folgora oggi i suoi nipotini (diciamo lungo la linea involutiva che va da Foucault a Rula Jebreal), Eden di purezza ritrovata contro la barbarie del consumismo occidentale. La seconda è la Cuba (ancora) castrista, la Repubblica socialista monopartitica, nella realtà un inferno autoritario a poche miglia dalle coste della più grande democrazia del globo, nella trasfigurazione mitica un paradiso perduto e sempre ritrovato, un’ossessione tarocca pluridecennale, il non-luogo del comunismo “buono”, esotico, romanzesco, lungo l’asse (anche qui il climax è discendente) che parte dal Sartre estensore di reportage ossimorici sulla libertà realizzata sotto Fidel, passa per il Guccini aedo di un Che Guevara contraffratto a metà tra Byron e Cristo, e arriva alle dichiarazioni di Fratoianni&Boldrini, l’eterno Soccorso Rosso ogni volta che l’isola dell’utopia viene attaccata. L’evenienza peraltro spiega perché odiano così tanto Donald Trump: è l’Orco che sta facendo vacillare i due miti, che ha inferto duri colpi alla teocrazia nazi-islamista e ora mette nel mirino il comunismo caraibico.

Eppure, questa è ancora politica contingente. L’innamoramento sinistro per i tiranni barbuti, opprimano in nome del Corano o del marxismo, è qualcosa di più profondo, di strutturale, quasi un’invariante atavica dell’Inconscio dei Buoni. È qualcosa che nel florilegio di luoghi comuni(sti) ha inavvertitamente esplicitato Ilaria Salis. «Ora più che mai: contro l’imperialismo Usa, dalla parte del popolo cubano». Detto che gran parte del popolo cubano (sicuramente tutti i non arruolati nella macchina repressiva dello Stato/Partito) non vede l’ora che il regime crolli, il nocciolo del discorso è l’altro. «Contro l’imperialismo Usa». Slogan precotto del marketing politico antagonista dagli anni ‘70, che nella sostanza significa: contro l’Occidente. O quantomeno, contro quella porzione d’Occidente non in ritirata, non in affanno sulla Storia, non incastrata nella trappola del declino e dell’odio di sé.

È sempre l’oicofobia a spiegare l’agire progressista, come intuì sir Roger Scruton: la paranoia odiatrice della propria “casa” geopolitica e culturale. Da questo punto di vista, Cuba è il luogo d’elezione di tutte le anime belle oicofobe, l’avamposto tropicale dell’uguaglianza, l’anticapitalismo al ritmo degli Inti Illimani, il Totalmente Altro. Un’impostura, ovviamente, edificata sui cadaveri dei dissidenti e sulle segrete delle carceri castriste (leggete Contro ogni speranza del poeta Armando Valladares, che ci trascorse 22 anni in quanto cristiano e anti-comunista), ma di successo. Del resto, sempre stando alla lezione scrutoniana, la “rimozione della realtà” è l’altro grande classico della Ditta rossa. Et voilà: tutti i barellieri del Soccorso filo-cubano insistono sull’“embargo” e sulla “stretta” yankee come cause della miseria e ormai della fame che divora le strade dell’isola, con un contorcimento dialettico più sofistico che marxiano. La miseria, la fame, l’orrore, il tracollo sociale ed esistenziale sono infatti le costanti registrate ovunque sia stata applicata la magnifica e progressiva ricetta alternativa alla società del consumo e del profitto. È il co-mu-ni-smo che sta uccidendo Cuba. Ma a loro non interessa Cuba, a loro interessano le proprie ossessioni ombelicali, le proprie fregole movimentiste, i propri santini ideologici. A loro interessa partecipare al gioco di società anti-occidentale, ovviamente al riparo delle libertà occidentali. La prova definitiva? Nessuno di loro si sogna lontanamente di andare a vivere a L’Havana. Almeno finché l’orco Donald non la libererà.