Quella del Kosovo fu l’ultima delle guerre che negli anni Novanta insanguinarono i Balcani. Conclusasi nel giugno del 1999, causò 10mila vittime e quasi un milione di profughi di etnia albanese. A indurre l'allora presidente serbo Slobodan Milosevic a mollare la presa su quella che fin lì era stata la Provincia autonoma di Kosovo e Metohija furono 78 giorni di bombardamenti aerei della Nato su obiettivi militari e strategici della Repubblica federale jugoslava e l’istituzione di una forza di interposizione e sicurezza, sotto l'egida dell’Onu, chiamata KFOR (Kosovo Force).
Da allora non tutto è filato liscio, tanto che nel 2023, quando si registrò un picco di violenze nel nord del Kosovo e di attacchi contro i peacekeeper, la KFOR fu potenziata con l’arrivo di altri mille uomini. Ma ieri il generale americano Alexus Grynkewic, comandante supremo delle forze Nato in Europa, ha annunciato che, per la prima volta dopo 27 anni, la missione sarà ridimensionata «per le condizioni di accresciuta sicurezza che si registrano nel Paese. Questa stabilità e le maggiori capacità acquisite dalle organizzazioni di sicurezza del Kosovo, ci danno la possibilità di ottimizzare le dimensioni e la postura della KFOR senza il rischio di compromettere lo status quo», ha spiegato il generale, aggiungendo tuttavia che «gli adeguamenti saranno condotti in maniera graduale, in funzione delle condizioni sul terreno e potranno essere invertiti qualora l’evoluzione dello scenario lo rendesse necessario, considerato che la sicurezza della regione è direttamente connessa a quella dell'area euro-atlantica».
CAMBIO DELLA GUARDIA
Attualmente, i soldati in forza alla KFOR sono 4.657, provenienti da 31 diverse nazioni: il contingente più numeroso è quello italiano, che conta 907 militari, seguito da quello statunitense con 590 effettivi e da quello ungherese con 408. Il comando Nato non ha fornito cifre, ma ha precisato che il processo partirà nei primi mesi del prossimo anno. A gestirlo sarà il nuovo comandante della KFOR, che da ottobre prenderà il posto del turco Ozkan Ulutas e che, come ha annunciato lo scorso 9 giugno il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso della sua audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, sarà sicuramente un italiano. La notizia dei tagli alla KFOR è arrivata nelle stesse ore in cui il New York Times ha rivelato un piano dettagliato con cui gli Stati Uniti intenderebbero ridurre sensibilmente la loro presenza militare in Europa, come il presidente Donald Trump ha più volte minacciato di fare dinanzi all’insufficiente contributo europeo alle spese militari Nato e alla mancata collaborazione ottenuta dai Paesi del Vecchio Continente nella guerra con l’Iran e nella crisi dello Stretto di Hormuz.
RITIRO ANTICIPATO
La decisione sarebbe stata comunicata agli alleati della Nato in un documento datato all'inizio di giugno, di cui avrebbero parlato al NYT due ufficiali europei dell’Alleanza atlantica. I tagli intaccherebbero le operazioni di aerosorveglianza, di rifornimento in volo dei caccia e la consistenza stessa delle forze aeronavali che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione dell’Europa da ottant’anni a questa parte.
Nel dettaglio, sempre stando a quanto riportato dal quotidiano newyorkese, il numero di caccia F-16 e F-35 verrebbe portato da 150 a 100, i velivoli per la sorveglianza aerea da 26 a 16, gli aerei-cisterna adoperati per i rifornimenti in volo da 8 a 0. Sarebbero anche rimossi dal quadro europeo e collocati altrove un sottomarino nucleare lanciamissili e una portaerei, assieme agli aerei imbarcati e alle unità navali di appoggio alla portaerei. Identica sorte toccherebbe a due squadroni di bombardieri. Un ritiro di forze di queste proporzioni comprometterebbe la capacità della Nato di monitorare le attività dei sottomarini russi e di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio contro obiettivi situati in profondità nel territorio russo. Il Pentagono, ha scritto sempre il Times, non ha ancora reso pubblica la tempistica del ritiro, ma funzionari statunitensi hanno indicato che il piano sarà attuato con un anticipo significativo rispetto a quanto i partner europei si aspettassero e per cui si stavano preparando.




