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Più che trattare su soldi e armi in Turchia l'Europa negozia tempo

Oggi al via il summoit tra i dispetti di Trump. La Meloni punta al faccia a faccia con il padrone di casa Erdogan. In agenda anche Ucraina e Iran
di Costanza Cavalli martedì 7 luglio 2026

4' di lettura

Sul tavolo del vertice Nato che si apre oggi ad Ankara — 32 leader ospitati da Erdogan nel complesso presidenziale di Bestepe — ci sono in apparenza solo numeri: il 5% del Pil per la difesa entro il 2035 promesso al summit dell’anno scorso, i 70 miliardi di euro all’Ucraina per il 2026 già concordati dagli sherpa, i contratti per decine di miliardi che verranno annunciati al Defence Industry Forum. In realtà, più che di soldi e di armi, in Turchia si tratterà sul tempo.

Il malumore americano non è un’invenzione di Trump. Già Eisenhower nel 1959 si rifiutava di fare degli Stati Uniti «una moderna Roma a guardia delle lontane frontiere con le sue legioni»; Obama, più prosaico, chiamava gli europei free riders, scrocconi. Trump ha soltanto cambiato la terapia. Dopo le crisi diplomatiche - la Groenlandia e la guerra all’Iran - il ritiro parziale dall’Europa ha smesso di essere una minaccia ed è diventato un inventario: 5mila uomini via dalla Germania entro 6-12 mesi, la cancellazione dell’arrivo di un battaglione di missili a lungo raggio e, secondo la stampa, un terzo in meno degli F-16 e F-15 assegnati alla Nato, i bombardieri strategici dimezzati, una portaerei e un sottomarino lanciamissili depennati dalla lista dei mezzi che Washington riserva all’Alleanza in caso di crisi.
La nuova strategia di difesa del Pentagono, pubblicata a gennaio, era la firma sotto il trasloco: la Russia declassata a «minaccia persistente ma gestibile», la difesa convenzionale del continente affidata agli europei perché le priorità Usa sono casa propria e l’Indo-Pacifico.

NEL VECCHIO CONTINENTE

Gli europei, dal canto loro, i compiti li hanno fatti davvero: nel 2025, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, tutti i 32 membri hanno raggiunto una spesa per la difesa pari al 2% del Pil (i diligenti, nel 2014, quando venne fissato l’obiettivo, erano appena 3). Il guaio è che quello era il compito di allora, e nel frattempo il programma è raddoppiato. Il Segretario generale Mark Rutte - “Teflon Mark” per gli olandesi, che se lo sono tenuto premier 14 anni senza che gli si appiccicasse mai una critica - porterà al vertice la sua contabilità: 1.200 miliardi di dollari aggiuntivi in un decennio, il «trilione di Trump», merito della minaccia russa ma anche, ha ammesso ieri, del presidente americano. D’altronde, ha aggiunto: «È insostenibile che gli americani, che sono 350 milioni, possano difendere 600 milioni di europei». Lo hanno accusato di essere il contabile della Casa Bianca, ma nessuno dei suoi predecessori, dalla caduta del Muro, aveva dovuto tenere insieme una guerra ai confini dell’Alleanza e il dubbio sul socio di maggioranza. Per correre, Bruxelles ha varato il fondo Safe: 150 miliardi di prestiti agevolati e quarantennali per investimenti nel settore difesa, vincolati in gran parte a produzione europea (la clausola Buy European, indigesta a Washington). Il problema è che la deterrenza non si misura in stanziamenti: nel 2024 la Nato stimava che gli alleati potessero fornire non più del 5% della difesa aerea necessaria a coprire il fianco orientale. I soldi cominciano a esserci; le batterie ancora no. L’Italia si presenta con un 2,8% di spesa militare (+0,7% rispetto al 2025), ma con un investimento in capitoli meno graditi agli americani e con i 14,9 miliardi del Safe prenotati e mai riscossi.

Eppure qualcosa si muove: secondo Repubblica, Meloni potrebbe annunciare 17 miliardi di spese nella difesa in più entro due anni, lo 0,55% del Pil entro il 2028. Il resto sarà diplomazia. Dopo gli attacchi di Trump, Palazzo Chigi ha scelto il silenzio e apparecchia incontri utili: quello con Erdogan, che nei giorni scorsi ha telefonato a Meloni offrendo cooperazione nell’industria della difesa, e quello con Berlino, che immagina un direttorio ristretto per la nuova Nato e corteggia Roma per controbilanciare Parigi.

IL CALENDARIO

Il punto, però, non sta nei numeri: sta nel calendario. Gli americani si ritirano a velocità politica, e cioè mesi, mentre gli europei si riarmano a velocità industriale, e cioè anni. Tra le due velocità si apre una voragine che va dal 2026 al 2030. Sono gli anni in cui la deterrenza europea resterà scoperta, e le intelligence alleate temono provocazioni russe a breve. Come finirà, ad Ankara, è già scritto.

La dichiarazione finale, approvata dagli ambasciatori al motto «un’Europa più forte in una Nato più forte», riafferma un impegno «ferreo» all’Articolo 5, conferma i fondi a Kiev, intima all’Iran di non dotarsi dell’atomica, chiede che lo Stretto di Hormuz torni libero. Il resto è un vertice disegnato attorno a un solo uomo: il forum dell’industria per annunciare contratti miliardari, la cena da Erdogan senza consiglieri, il Consiglio Atlantico ridotto a un giro di tavolo di 2-3 ore per limitare i rischi. Il Segretario di Stato Marco Rubio lo considera l’incontro più importante nella storia della Nato. Un alto diplomatico alleato ha confessato un’ambizione più modesta: «Un vertice bello noioso». Così da tornare a casa con del tempo in più.

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