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Il modello Sánchez crolla pure sull’energia

Madrid deve rimandare la chiusura della centrale nucleare di Almaraz a causa dei blackout provocati dalle rinnovabili
di Carlo Nicolatosabato 15 agosto 2026
Il modello Sánchez crolla pure sull’energia

3' di lettura

Dopo la tempesta migratoria di Ceuta e quella degli scandali familiari e di partito, l’irriducibile socialista Pedro Sanchez ha pensato bene di evitare il due senza tre energetico decidendo di prolungare la vita del nucleare in Spagna. Il “Manual de resistencia” del primo ministro spagnolo deve averlo consultato anche il neopremier laburista britannico Andy Burnham che starebbe per annunciare un drastico ammorbidimento degli obiettivi sulle vendite di auto elettriche (il cosiddetto Zev, “zero-emission vehicle”), che attualmente richiede che l’80% delle auto vendute entro il 2030 siano a zero emissioni. La sinistra europea, almeno quella residua che governa, sta iniziando a rendersi conto che se vuole sopravvivere a se stessa non può continuare a tirare la corda della pazienza dei cittadini, perché quella corda prima o poi si spezza, specie se si continua a insistere sul punto più sensibile, quello relativo a spese ed economia. Ecco dunque il passo indietro del paladino spagnolo delle rinnovabili, citato a ogni congresso da Elly Schlein come modello, che ha evitato il clamoroso errore tedesco prolungando la vita operativa della centrale di Almaraz, in Estremadura, «fino all’8 giugno 2030».

LE REAZIONI
I suoi due reattori, inaugurati nel 1981 e 1983 e che da soli producono il 7% di tutta l'elettricità spagnola, avrebbero dovuto spegnersi a novembre 2027 e a ottobre 2028 secondo il piano di phase-out firmato dallo stesso Sanchez nel 2019. Ora restano accesi altri tre anni e chissà che non ci rimangano di più. Tecnicamente il premier spagnolo aveva vincolato la sua decisione al parere favorevole del Consiglio per la sicurezza nucleare (Csn) ponendo due condizioni superflue: sicurezza totale e nessun costo aggiuntivo per i contribuenti. La decisione scaturita dal parere favorevole del Csn ha provocato le reazioni più indignate da parte delle ali a sinistra del governo, a partire da Sumar che parlando di autentica vergogna ha accusato Sanchez di «ipotecare il futuro energetico ed economico dei cittadini» per prolungare la vita di infrastrutture obsolete. Significativamente invece reazioni entusiaste arrivano dall’opposizione, con il leader del Pp, Alberto Nunez Feijoo, che ha definito la continuità di Almaraz «una grande notizia» per le circa 4 mila famiglie dell’Estremadura legate all’impianto e per il sistema energetico nazionale. «L’energia nucleare è indispensabile per evitare nuovi blackout e per non dipendere da terzi», ha affermato riferendosi al blackout senza precedenti del 28 aprile 2025, quando l’intera penisola iberica, che “vanta” una percentuale di rinnovabili attorno al 60%, è rimasta al buio per ore dopo forti variazioni di tensione. E all’esplosione dei prezzi dell’energia legata alle ostilità in Medio Oriente che ha costretto Madrid a continuare ad attingere energia dal gas russo.

IL CAMPANELLO D’ALLARME
Dopo questi due preoccupanti episodi è apparso evidente anche ai più sprovveduti, ma non ai pasdaran di sinistra, che quel piano da 20,2 miliardi di euro per chiudere le cinque centrali e i sette reattori entro il 2035, firmato con grande enfasi ambientalista nel 2019, è un lusso ideologico che Sanchez non può più permettersi.
E che lussi può permettersi ancora il governo laburista dopo anni di inflazione, aumenti delle tasse, costose politiche di emissioni zero e dopo che il partito ha registrato nelle ultime amministrative una delle sconfitte più disastrose? Andy Burnham sta sondando la possibilità di abbassare l'obiettivo dell’80% di auto a zero emissioni al 60% o addirittura 50% delle vendite entro il 2030, con la prospettiva di far slittare a tempo indeterminato il divieto di vendita di auto solo a benzina e diesel dal 2030 in modo simile a quanto sta valutando l'Unione Europea. I bene informati dicono che l’obiettivo finale di bloccare dal 2035 la vendita di nuovi veicoli con motore a combustione interna non è in forse, ma lo è l’impianto ideologico che negli anni scorsi ha portato l’intera classe dirigente europea, specie quella di sinistra, a varare sulla pelle dei cittadini mastodontici e costosissimi piani green a tappe forzate insindacabili, indipendentemente dalle condizioni geopolitiche ed economiche in corso e dalle evoluzioni tecnologiche.