Il paradosso europeo è che i Paesi dell’est accusati di sovranismo sono quelli che credono di più nella necessità di restare nell’Unione europea e nella Nato. Possono litigare con Bruxelles, opporsi alle quote migratorie, frenare il Green Deal, reclamare poteri nazionali e difendere una propria idea di identità. Ma non coltivano, salvo frange marginali, un serio progetto di fuga. In particolare il blocco Visegrad - Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca - ha detto sì all’adesione con maggioranze larghissime nei referendum del 2003.
Per Varsavia, Bratislava, Praga, Budapest, ma ancora di più per baltici e romeni, Europa e Alleanza atlantica sono la garanzia di non tornare in una zona grigia fra Germania e Russia. L’Occidente non è un’astrazione morale: è mercato, fondi, sicurezza, investimenti, libertà di movimento, protezione geopolitica. Chi ha conosciuto l’impero sovietico tende a sapere che la sovranità assoluta dei piccoli e medi Stati è spesso una formula retorica; senza alleanze, diventa debolezza. E chi invece ha conosciuto l’impero asburgico sa barcamenarsi fra nazionalismo e centralismo amministrativo, unità e federalismo.
L'Islanda prende a schiaffi l'Ue: il "No" vince col 52%, un terremoto politico
L’Islanda dice No alla ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. Il referendum, celebra...L’Europa occidentale, invece, si può permettere, fra tanti lussi, anche quello di essere scettica. Il Regno Unito ha fatto la Brexit. La Norvegia ha respinto due volte l’adesione; la Svizzera ha scelto l’integrazione selettiva, un po’ sì, un po’ no; modello emmenthal; la Danimarca ha sempre un piede fuori. L’Islanda ha appena bocciato la ripresa del cammino negoziale. I Paesi Bassi e la Francia hanno affossato nel 2005 il trattato costituzionale europeo. È il prodotto di storie nazionali in cui la sicurezza, la prosperità e la sovranità sono state percepite come dati acquisiti, non come beni fragili da proteggere.
Per qualche Paese che si era fatto un impero mondiale (Spagna, Francia, Inghilterra) è difficile ammettere di contare come Malta o Cipro. Parigi, ad esempio, incarna il paradosso in forma teatrale. Nel 1966 Charles de Gaulle uscì dal comando militare integrato della Nato; soltanto nel 2009 con Nicolas Sarkozy ci fu l’inversione di rotta. La Francia è al centro dell’Unione, ma rivendica una costante eccezione nazionale: dalla politica industriale all’autonomia strategica, fino alle pretese sulla sede plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.
Parigi non contesta l’Europa: contesta un’Europa in cui non detti le sue regole. La Germania, dal canto suo, procedette alla riunificazione del 1990 infischiandosene degli equilibri continentali e delle paure dei vicini. Era il suo Destino, la sua Missione Storica. Die anderen können sich alle verpissen (gli altri vadano pure affan...). Insomma, l’Est è europeista perché teme il vuoto. E la Russia. L’Ovest, più protetto dalla geografia e dalla storia, può permettersi di fare i capricci. Ma forse, se fossimo tutti più simili alla tanto esecrata Ungheria, l’Unione europea non sarebbe una chimera.




