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Altro che conti italiani, è la Francia il malato d’Europa

Nonostante la procedura Ue il nostro Paese è molto più solido, come dimostrano i dati su debito e export
di Fabio Dragonigiovedì 24 settembre 2026
Altro che conti italiani, è la Francia il malato d’Europa

3' di lettura

L’Istat ha certificato (al momento) che il rapporto deficit/Pil si attesta al 3,08%. Superando di nulla il 3%. Cosa succede ora? Nulla! Se non che l’Italia continua a rimanere in procedura di infrazione. Tutto ciò limiterà la capacità di azione del governo e della sua maggioranza nei prossimi mesi? Sarà preclusa a Giorgia Meloni la possibilità di approvare una legge di bilancio espansiva? O elettorale che dir si voglia? No, a meno che non sia lei a decidere di tirare il freno. Lo spazio di manovra fiscale è esattamente lo stesso di quello che sarebbe stato qualora il governo avesse centrato l’obiettivo del 3%; peraltro in anticipo rispetto alla scadenza prefissata del 2027. E allora perché tanto affannarsi a voler centrare il 3%?

Giancarlo Giorgetti e la premier hanno investito un discreto capitale politico su questo risultato e per un niente lo hanno mancato. E con ogni probabilità scopriremo che questo obiettivo è stato in realtà raggiunto. Ironia della sorte vorrà che scopriremo questa circostanza esattamente fra un anno quando quasi certamente saremo a pochi giorni dal voto. L’economista Marco Fortis rileva come le stime del Prodotto Interno Lordo degli ultimi sei anni sono state mediamente sottostimate dello 0,2% ogni anno. Va detto che la turbolenza economica generatasi con la pandemia - e con le conseguenti cadute e successivi rimbalzi spesso a doppia cifra - ha mandato in tilt gli istituti di statistica di tutto il mondo. Rimane il fatto che se Palazzo Chigi avesse centrato il risultato del 3%, avrebbe messo mano al portafoglio per spendere qualcosa come 12-14 miliardi sul capitolo energia. E se decide di farlo ugualmente? Non cambia assolutamente nulla se non che rimane in procedura di infrazione. Vale a dire un rapporto epistolare un po meno intenso di quello raccontato da Choderlos de Laclos nel suo romanzo Relazioni pericolose. Fine. Non succede assolutamente nulla. I numeri di bilancio rimangono gli stessi solo che la Commissione Ue avrà da ficcare il naso un po’ più nei nostri affari. Perdita di tempo da mettere in conto.

Fare una legge di bilancio minimamente elettorale mette in discussione l’equilibrio dei conti pubblici? Se parliamo di cifre che non arrivano a 20 miliardi o si attestano più prudentemente a 12-14, il quadro non cambia di una virgola. Andiamo ai numeri in valore assoluto. Questo governo ha ereditato un deficit di oltre 161 miliardi nel 2022 ed oggi lo ha portato a meno di 70. Non crollava il mondo nel 2023 quando era ancora a quasi 152 miliardi e non crollerebbe se si attestasse ad 85-90 miliardi. Sono scelte politiche. Rimanere in procedura di infrazione significa godersi la compagnia di una decina di Paesi fra cui Belgio e soprattutto Francia. Parliamo di economie che hanno un rapporto deficit-Pil del 5%. Giusto per darvi un’idea, con due punti in più di deficit l’Italia potrebbe azzerare le accise sulla benzina e diesel ed abolire per intero l’Imu. E forse avanzerebbe qualcosa.

L’analisi spassionata dei numeri ci dice che l’Italia non ha nulla da temere. I fondamentali sono buoni. Le fondamenta sono solide. Tutte cose che gli operatori hanno compreso da tempo. E non per il decimale in più o in meno sul deficit. Gli investitori hanno messo sotto osservazione la Francia, e su di essa nutrono preoccupazioni, perché le sue fondamenta sì che sono fragili. Una disoccupazione all’8,3% contro il nostro 5,8%. L’Italia ha un surplus commerciale mediamente pari allo 0,8% del Pil negli ultimi tre anni. La Francia ha un deficit dello 0,5%. Ma è il debito privato quello che opprime l’economia francese e che rischia di farla avvitare su se stessa. Mentre l’Italia ha una posizione finanziaria netta verso l’estero pari al 15% del Pil, la Francia ha un debito di quasi il 30%. Il debito delle famiglie francesi è pari al 60% contro il nostro 36%. E per quanto riguarda le imprese il gap è ancora più consistente: 92% in Francia contro il nostro 55. Ma sciorinare tutti questi numeri in finale che senso ha? Duplice: (1) da un lato mettere a tema cosa veramente guardano gli operatori e gli analisti; (2) dall’altro smetterla di incartarsi sui decimali e sulle polemiche e darsi una mossa. L’Italia ha bisogno di correre.