Nella Repubblica Democratica del Congo, nell’Ituri, almeno 72 cristiani sono stati uccisi in una nuova ondata di attacchi attribuiti ai jihadisti islamici dell’ADF/ISCAP. Decapitazioni, villaggi incendiati, famiglie costrette alla fuga. Una strage che rischia di consumarsi lontano dai riflettori del mondo. Ci sono massacri che occupano per giorni le prime pagine dei giornali, entrano nei telegiornali, alimentano dibattiti e provocano manifestazioni nelle piazze di tutto il mondo. E poi ci sono massacri che avvengono lontano dalle telecamere. È quello che sta accadendo nell’est della Repubblica Democratica del Congo, nella provincia dell’Ituri, dove una nuova ondata di violenza ha colpito comunità cristiane. Secondo Barnabas Aid, almeno 72 cristiani sono stati uccisi in una serie di attacchi attribuiti ai jihadisti islamici dell’Islamic State Central Africa Province, ISCAP, organizzazione collegata all’ADF, l’Allied Democratic Forces. La stessa fonte riferisce che, dalla metà di luglio, sarebbero stati oltre 200 i cristiani uccisi nella provincia dell’Ituri. Numeri difficili persino da immaginare.
Una vera e propria mattanza di cristiani da parte di jihadisti islamici. Ma dietro quei numeri ci sono persone. Famiglie. Ragazzi. Interi villaggi. Decapitati e uccisi nei loro villaggi. Il 28 agosto, secondo la ricostruzione di Barnabas Aid, i combattenti dell’ISCAP avrebbero ucciso 29 cristiani nei villaggi di Mabakoa e Biam, nei pressi di Biakto. Nello stesso attacco sarebbero state incendiate circa 40 abitazioni, costringendo centinaia di persone alla fuga. Il giorno successivo, nel villaggio di Amani, i jihadisti islamici dell’ISCAP avrebbero catturato e decapitato nove cristiani, mentre altre due persone sarebbero state uccise fuori dal villaggio. Non è una semplice cronaca di guerra. È una sequenza di attacchi contro civili di fede cristiana. È terrore. È la distruzione di comunità. Ed è una realtà terribile che da anni accompagna la vita di milioni di persone di fede cristiana nell’est della Repubblica Democratica del Congo. ADF-ISCAP: una sigla dietro una lunga scia di sangue. L’ADF non è una formazione armata qualsiasi. La Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF) identifica l’ADF anche come ISIS-DRC e documenta il suo legame con l’Islamic State Central Africa Province, ISCAP. Nel suo rapporto del marzo 2026, la Commissione afferma che l’ADF rappresenta una minaccia particolarmente grave per la libertà religiosa nella Repubblica Democratica del Congo e che il gruppo ha intensificato gli attacchi contro comunità religiose e luoghi di culto, soprattutto nelle province di Nord Kivu e Ituri. La USCIRF rileva inoltre che l’affiliazione dell’ADF all’ISCAP e l’applicazione violenta della propria interpretazione dell’Islam hanno alimentato gli attacchi contro le comunità religiose, in particolare contro i cristiani e i loro leader. Il legame con l’ISIS non è dunque un’interpretazione casuale. È documentato da istituzioni internazionali. Nel 2019 il leader dell’ADF ha giurato fedeltà allo Stato Islamico e il gruppo è diventato la componente dell’ISIS nell’Africa centrale, assumendo la denominazione ISCAP. Lo ha ricordato anche il Parlamento europeo, che nel 2025 ha descritto l’ADF come uno dei principali gruppi estremisti con obiettivi esplicitamente religiosi e affiliato all’ISIS. Il Parlamento europeo ha inoltre documentato gli attacchi dell’ADF contro civili e comunità cristiane, comprese uccisioni, rapimenti, attentati contro chiese e distruzione di strutture religiose. Si sono proprio loro gli jihadisti islamici dell’ADF/ISCAP. Su questo punto è necessario essere molto chiari. Non si può attribuire a una religione nel suo complesso la responsabilità dei crimini commessi da un’organizzazione terroristica. Si parla dei jihadisti islamici dell’ADF/ISCAP. Si parla di un’organizzazione armata che ha aderito all’ISIS, che utilizza una ideologia jihadista e che è stata indicata da istituzioni internazionali come responsabile di gravissimi attacchi contro civili e comunità religiose. È una distinzione fondamentale. Perché condannare con fermezza il terrorismo jihadista non significa accusare milioni di musulmani che non hanno nulla a che fare con questi crimini. Anzi, chiamare le cose con il loro nome significa proprio evitare generalizzazioni. Sono gli jihadisti islamici dell’ADF/ISCAP i responsabili degli attacchi. Una persecuzione che non può essere ignorata. La violenza contro i cristiani nell’est del Congo non è un fenomeno isolato. Il Parlamento europeo ha ricordato che la maggior parte delle vittime degli attacchi dell’ADF è cristiana e ha documentato una lunga serie di episodi: uccisioni, rapimenti, attentati contro chiese e attacchi contro comunità cristiane. Nel febbraio 2025, inoltre, il Parlamento europeo aveva già discusso la morte di oltre 70 cristiani trovati decapitati in una chiesa della provincia del Nord Kivu, in un attacco attribuito all’ADF, definito nei documenti parlamentari come gruppo islamista affiliato all’ISCAP. Sono episodi diversi. Ma raccontano una stessa realtà: nell’est della Repubblica Democratica del Congo, i civili continuano a essere esposti alla violenza di gruppi armati, e le comunità cristiane sono tra quelle maggiormente colpite dagli attacchi dell’ADF. E il mondo? È questa la domanda che rimane. Perché di fronte a certe tragedie l’attenzione internazionale esplode, mentre altre sembrano consumarsi nel silenzio? Perché un massacro avvenuto in un villaggio dell’Ituri dovrebbe avere meno spazio di un’altra tragedia soltanto perché accade in una regione lontana dai grandi riflettori internazionali? Non si tratta di mettere una tragedia contro un’altra.
Non si tratta di scegliere tra Gaza e il Congo. Si può parlare di Gaza e contemporaneamente parlare del Congo. Si possono condannare le vittime civili di una guerra e denunciare allo stesso tempo le vittime civili del terrorismo jihadista. Il dolore non dovrebbe essere una competizione. Non dovrebbe esistere una graduatoria delle vittime. Dove sono le voci per il Congo? Quando un villaggio viene incendiato, quando un ragazzo viene decapitato, quando una famiglia viene sterminata, non dovrebbe essere la distanza geografica a decidere quanto quella morte meriti la nostra attenzione. Eppure, troppo spesso, è proprio quello che accade. La Repubblica Democratica del Congo è una delle grandi crisi dimenticate del nostro tempo. Una guerra complessa, decenni di instabilità, una moltitudine di gruppi armati e una popolazione civile intrappolata tra violenze diverse. Ma dentro questa tragedia esiste anche una specifica minaccia jihadista. L’ADF/ISCAP. Una formazione legata all’ISIS che continua a colpire i civili nell’est del Paese. E questo non lo sostiene soltanto chi denuncia la persecuzione dei cristiani. Lo hanno documentato anche istituzioni come la Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale e il Parlamento europeo. Forse allora la domanda più scomoda non è soltanto: “Dove sono le manifestazioni?” È un’altra. Perché un massacro dovrebbe indignarci di meno se le vittime sono cristiane e vivono in un villaggio dell’Ituri? Non esiste una risposta accettabile a questa domanda. Una vita non vale meno perché è vissuta dall’altra parte del mondo. Un bambino non vale meno perché nasce in Congo. Una famiglia cristiana massacrata dagli jihadisti islamici dell’ADF/ISCAP non dovrebbe diventare soltanto una statistica. Quelle persone avevano un nome. Avevano una casa. Avevano una famiglia. Avevano una vita. E adesso hanno lasciato dietro di sé soltanto il silenzio. Il mondo rischia di non vedere questo massacro. Ed è proprio per questo che bisogna raccontarlo. Non per contrapporre una religione a un’altra. Non per alimentare odio. Non per dimenticare le altre vittime. Ma per affermare un principio elementare:ogni civile ucciso merita di essere ricordato. E ogni massacro merita di essere denunciato. Anche quando accade lontano. Anche quando le telecamere non ci sono. Soprattutto quando le telecamere non ci sono.




