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L'Ue obbliga a riconoscere i cambi di sesso all'estero

di Andrea Muzzolonvenerdì 13 marzo 2026
L'Ue obbliga a riconoscere i cambi di sesso all'estero

3' di lettura

L’Unione europea torna a imporre i dettami della teoria gender a tutti gli Stati membri. A finire nel mirino è il diritto nazionale in materia di identità di genere: d’ora in poi ogni Paese dell’Ue sarà costretto a riconoscere il percorso di transizione, anche se effettuato in una nazione straniera. A stabilirlo è stata la Corte di giustizia europea dopo il ricorso presentato da una donna transgender.

Nata uomo in Bulgaria, dove quindi è stata registrata alla nascita di sesso maschile, con un nome, numero di identificazione personale e documenti di identità conseguenti, si è poi trasferita in Italia. Nel nostro Paese ha poi cominciato a sottoporsi a una cura ormonale con l’intento di cambiare genere e diventare donna. E così oggi vuole essere identificata, nonostante il sesso biologico differente. Per questo motivo, si era rivolta ai tribunali bulgari sperando di ottenere il cambio dei dati dello stato civile nell’atto di nascita.

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NO DELLA CASSAZIONE
Peccato che i giudici della Corte suprema di Cassazione le abbiano risposto picche. Inutile il certificato medico presentato e la perizia effettuata dal Tribunale per confermare l’identità femminile.

Secondo la legge bulgara, infatti, il “sesso” va interpretato in senso strettamente biologico, privilegiando i «valori morali e religiosi» della società rispetto all’interesse dei singoli. Ma l’Ue era già lì in agguato, pronta a perorare la causa lgbtq. A sollevare per prima dei dubbi circa la compatibilità tra le norme bulgare e quelle dell’Unione, è stata la Corte di cassazione di Sofia. Una volta che la pratica è passata alla Corte di giustizia lussemburghese, è arrivata la stangata. Secondo il tribunale europeo, la competenza riconosciuta agli Stati membri dell’Ue di rilasciare i documenti di identità non può essere esercitata in contrasto con il diritto europeo dato che lederebbe il principio di libera circolazione tra Paesi.

Una discordanza tra l’identità di genere di una persona e i dati relativi al sesso riportati sulla sua carta d’identità - è il ragionamento delle toghe- rischierebbe di creare «notevoli inconvenienti» in diversi frangenti della vita quotidiana: nei controlli dell’identità, nell’attività lavorativa o nei controlli di sicurezza tra uno Stato e l’altro.
Secondo la Corte di giustizia, limitazioni alla libertà di circolazione possono essere ammesse solo in presenza di problematiche oggettive e di interesse generale. Vanno quindi rispettati il principio di proporzionalità e i diritti fondamentali garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. I giudici non si sono fermati però al rispetto della libertà di circolazione. Hanno invece sottolineato che il diritto al rispetto della vita privata impone agli Stati membri di garantire procedimenti «chiari, accessibili ed efficaci» per il riconoscimento giuridico dell’identità di genere. In sostanza, via libera al cambio di sesso indiscriminato in tutta Europa.

La sentenza ha di fatto accolto su tutta la linea la tesi presentata dall’avvocato Alexander Schuster, del foro di Trento, che ha assistito la trans bulgara. Secondo il legale, «l’esito è molto positivo e conferma l’impegno dell’Unione per la tutela dei diritti fondamentali e delle minoranze». E ad esultare è anche la trans che si è detta soddisfatta per il riconoscimento di «ciò che io sono sempre stata da quando ho ricordo, sin dalla mia infanzia: una donna». Una vittoria che a suo dire le permetterà «di trovare un lavoro senza essere discriminata».

ESULTA IL PD
Puntualissimo non poteva che arrivare il commento di Alessandro Zan, eurodeputato e responsabile diritti nella segreteria nazionale del Pd. Per il padre dell’omonima legge sull’omobitransfobia - poi fermata in Parlamento - la sentenza rappresenta «un messaggio molto chiaro per chi in Europa continua a fare propaganda contro le persone trans: i diritti fondamentali non sono negoziabili e non si cancellano con interpretazioni ideologiche o presunti “valori morali”». Per il piddino «in un momento in cui diversi governi alimentano campagne contro le persone Lgbtqia+, questa sentenza ricorda che l’Europa non è un club di governi, ma una comunità di diritti». Per qualcuno, se arcobaleno meglio...

Grande preoccupazione è quella espressa da Pro Vita e Famiglia. Per l’associazione si tratta di «un precedente pericolosissimo che spalanca le porte alla stessa impostazione anche per altri temi come aborto, utero in affitto e adozioni gay a tutti i Paesi europei». Secondo il presidente Antonio Brandi, la sentenza introduce «un principio generale e dirompente» che «calpesta brutalmente il diritto dei popoli e dei loro Parlamenti a darsi le proprie leggi, soprattutto su materie etiche fondamentali».

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