Libero logo

Caso Scajola, Sallusti e Travaglio d'accordo

di Ignazio Stagnodomenica 16 marzo 2014
Caso Scajola, Sallusti e Travaglio d'accordo

2' di lettura

Il caso Scajola mette d'accordo Marco Travaglio e Alessandro Sallusti. Le motivazioni della sentenza di assoluzione per la casa del Colosseo fa discutere. Che Scajola fosse innocente i giudici lo avevano già detto qualche settimana, ma a scagionare definitivamente l'azzurro c'è un passaggio delle motivazioni che di fatto riconoscono a Scajola che l'affare fu fatto "a sua insaputa". Insomma le toghe hanno sposato in pieno la tesi difensiva dell'ex ministro dello Sviluppo Economico. Le "scuse" di Sallusti - Così Sallusti riconosce di aver attaccato ingiustamente Scajola quando scoppiò il caso circa tre anni fa. Ma tra il serio e il faceto gli chiede scusa: "Le carte parlano chiaro. Non sapeva, il ministro, di un accordo segreto tra intermediario e venditore. Cade così uno dei più fa¬mosi tormentoni degli ultimi anni, quel 'a mia insaputa' che Scajola pronunciò in un estremo tentativo di difendersi e che ha fatto storia. Più che l'attico sospetto, fu la frase che oggi sappiamo vera ma che allora suonò infelice e ridi¬cola, a costringerlo a inevitabili dimissio¬ni. Fui tra i primi a chiedergli un passo indietro. Era ineluttabile e financo salutare per lui. Oggi chiedo scusa della mancanza di fiducia. È che alle volte la realtà supera la fantasia. A nostra insaputa". L'analisi di Travaglio - Ma a sposare in parte la tesi dei giudici e quella di Scajola è anche Marco Travaglio che sul Fatto quotidiano scrive: "Balducci&Anemone pagarono due terzi della casa a sua insaputa per "porlo di fronte a un fatto compiuto, in una situazione di sudditanza psicologica e condizionamento", per poi ricattarlo "in vista di eventuali richieste di favori" facendo leva sulle "implicazioni negative nel caso in cui la notizia fosse divenuta di dominio pubblico". Già, ma per ricattarlo avrebbero dovuto informarlo: e il giudice afferma che Gatto & Volpe non gli dissero mai nulla". Infine il vicedirettore del Fatto non risparmia una frecciatina a Scajola (l'anima manettara viene sempre fuori): "Perchè mai Scajola avrebbe dovuto sentirsi obbligato verso i suoi pelosi benefattori? Qui la prova logica cede il passo a un'assoluta novità giuridica: la prova illogica. A questo punto Scajola poteva pure risparmiarsi l'alibi dell'insaputismo, che troppe ironie gli cosò. E copiare direttamente quello, ben più roccioso, dell'Armando di Jannacci: 'Io c'ho l'alibi, a quell'ora sono quasi sempre via".