Deputati e senatori del Popolo della Libertà sono pronti a dimettersi in blocco se Silvio Berlusconi verrà dichiarato decaduto dal Senato. Così almeno hanno assicurato ieri sera. Non sappiamo se si tratti di una minaccia annunciata a scopo deterrente in vista del voto che deciderà le sorti parlamentari del Cavaliere. Oppure se sia una intenzione definitiva per porre fine a una legislatura che ha già un esito scontato a causa dell’indecisione di Enrico Letta. Sta di fatto che gli onorevoli Pdl hanno giurato fedeltà al capo, promettendo che in caso di espulsione del proprio leader da Palazzo Madama rinunceranno alla poltrona, disertando i lavori delle Camere. A tutta prima sembrerebbe la vittoria dei falchi sulle colombe, cioè dei consiglieri di Silvio Berlusconi che spingevano per buttare all’aria tutto ed andare ad elezioni anticipate. I mediatori che invece suggerivano prudenza perché dalle ceneri del governo Letta potrebbe nascere un altro governo Letta, ma stavolta peggiore del primo e più spostato a sinistra, sarebbero quindi sconfitti. Ma la politica insegna che ciò che oggi sembra nero domani potrebbe essere bianco e viceversa. Insomma, nonostante l’alzata di scudi induca a credere che il Cavaliere si prepari alla battaglia, non è ancora detto che la guerra ci sarà. Il mulinar di spade potrebbe infatti segnalare solo l’ultimo tentativo di evitare la battaglia e costringere l’avversario o l’arbitro a una trattativa. Nell’incertezza di cosa ci attenda nei prossimi giorni, una cosa però appare sicura ed è che almeno due fatti hanno spinto Berlusconi a questa mossa. Il primo lo riguarda da vicino e non è costituito dal voto in sé sulla decadenza, ma dal tintinnar di manette che giunge da alcune procure e che ieri mattina è stato amplificato dal Corriere della Sera. In un articolo del quotidiano di via Solferino si adombrava la possibilità che, una volta privato dello scudo parlamentare, Berlusconi possa cadere preda di qualche pm. È questa la sua paura: che un magistrato desideroso di finire sui libri di storia ordini il suo arresto. Alle toghe da prima pagina siamo abituati da vent’anni e di assicurarsi che non sgomitino per salire agli onori della ribalta non c’è mezzo. Il boccone del resto è ghiotto: il primo che se ne appropria è sicuro che il suo nome farà il giro del mondo. Insomma, leggere le notizie del principale giornale italiano non deve aver rinfrancato il Cavaliere, ma semmai deve averlo incupito ancora di più. Secondo fatto, sempre dovuto alle cattive letture. Sulla stampa nazionale ieri erano riportate alcune ipotesi riguardo alle misure prossime economiche. Da un lato si parlava della possibilità di rinviare l’aumento dell’Iva ricorrendo al rincaro delle accise sulla benzina. Dall’altro del possibile anticipo del pagamento della tassa comunale di servizio per far fronte alla cancellazione della seconda rata dell’Imu sulla prima casa. Non è tutto: tra le righe si leggeva anche della necessità di una manovrina per riaggiustare i conti. In pratica le ipotesi descritte dai giornali lasciavano intendere che tutte le promesse di riduzione delle imposte, da quella sulle abitazioni occupate dai proprietari a quelle sugli acquisti erano in realtà delle solenni prese per i fondelli. Anzi: un gioco delle tre tavolette. Quello che la mano destra del Fisco riconsegnava al contribuente, veniva sottratto dalla mano sinistra. Un’operazione a saldo zero per gli italiani. Anzi: probabilmente a saldo negativo, perché la partita di giro della restituzione dell’Imu rischia alla fine di svuotare ancor più i portafogli delle famiglie. Se stanno così le cose, si deve essere detto Silvio Berlusconi, Letta e quelli del Pd ci stanno prendendo in giro. Non solo non decidono alcuna riforma, né taglio alla spesa. Ma addirittura ci fanno fessi raccontandoci che bloccano Iva e Imu. Che ci stiamo a fare nel governo?, si deve essere chiesto il capo del centrodestra: ad aspettare che i nostri elettori ci mandino a quel paese?. Berlusconi insomma si deve essere sentito cornuto e mazziato. Pronto per essere immolato sull’altare dei manettari e in rampa di lancio per essere sparato contro i propri elettori. Che altro poteva fare se non reagire? Se non scatenare i falchi e minacciare di scagliarli contro il governo? Servirà agitare lo spettro di un Aventino, cioè di un Parlamento dimezzato e di nuove elezioni? Non lo sappiamo ma speriamo. Andasse a vuoto il colpo, nel migliore dei casi ci toccherebbe tornare alle urne a Natale, rimanendo appesi al governo Letta come le foglie sugli alberi d’autunno. Nel peggiore potremmo trovarci Vito Crimi ministro della Giustizia e Roberta Lombardi alla distruzione. Allegria. maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it



