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'Effetto Ilva', è l'impatto ambientale dei progetti a preoccupare di più chi contesta

Clini: "Il problema è valutare se le proteste siano fondate o meno"
domenica 19 maggio 2013
'Effetto Ilva', è l'impatto ambientale dei progetti a preoccupare di più chi contesta

2' di lettura

/Focus Clini, il problema e' valutare se proteste fondate o meno Roma, 17 mag. - (Adnkronos) - Tra le ragioni a monte delle contestazioni a opere e infrastrutture, il 2012 vede prevalere le preoccupazioni per l'impatto ambientale dei progetti. Con un'incidenza del 37,3%, questa voce registra una crescita decisa rispetto al 2011 (quando si attestava al 29,1%), stando a quanto rileva l'ottava edizione dell'Osservatorio Nimby Forum. Probabilmente a causa dell"effetto Ilva' - rileva il rapporto - che ha acuito la sensibilità di tutti i soggetti territoriali rispetto al tema dell'ambiente. Decisamente staccati dal primo posto occupato dall'impatto ambientale, seguono le carenze procedurali e lo scarso coinvolgimento dei soggetti (15,5%), gli effetti sulla qualità della vita (13,3%) e quelli sulla salute (12%). Quando si parla di proteste dei cittadini legate alle preoccupazioni ambientali, "il problema è valutare se siano fondate o meno. Se sono fondate, vanno prese in considerazione e va data una risposta, nel rispetto della legge", commenta all'Adnkronos Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente. Per Clini, l'unico effetto Ilva visibile "è che il referendum che era stato organizzato è fallito perché non c'è stata la partecipazione dei cittadini interessati, e che i rappresentanti politici che avevano fatto della chiusura dell'Ilva la propria bandiera non sono stati eletti. Per cui, l'effetto Ilva non sarebbe esattamente un effetto Nimby". "L'obiettivo delle leggi nazionali e delle direttive europee è risanare l'ambiente, non chiudere le fabbriche - aggiunge Clini - Se facciamo rispettare le direttive Ue e le leggi nazionali, mettiamo le imprese italiane nella condizione di concorrere in maniera corretta in Europa, ma se non lo facciamo creiamo un effetto di distorsione della concorrenza e di questo bisogna assumersi la responsabilità". "Chi voleva chiudere l'Ilva - continua - doveva anche assumersi la responsabilità della chiusura di un ciclo industriale importante in Italia e della perdita di 20mila posti di lavoro. Troppo facile lanciare segnali di allarme, di terrore a volte, senza assumersi la responsabilità delle conseguenze". Intanto, anche se per l'Ilva "il cambio richiede il tempo necessario - conclude Clini - per la prima volta in quell'impianto siamo riusciti a far partire un piano di risanamento. I risultati raccolti dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Puglia a Taranto dimostrano che in questo periodo non c'è stato mai il superamento dei limiti di pericolosità ambientale".