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La Consulta boccia il carcere obbligatorio per stupri e pedofilia

Anticostituzionale disporre per legge la detenzione come misura cautelare nei casi di violenze sessuali. La Carfagna contro la decisione
di Paolo Franzososabato 24 luglio 2010
La Consulta boccia il carcere obbligatorio per stupri e pedofilia

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Nei casi di stupro, pedofilia e prostituzione minorile, il giudice non è obbligato a disporre o mantenere la custodia in carcere dell’indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. La Corte Costituzionale - bocciando in parte le norme introdotte dal decreto 11/2009 in materia di misure cautelari nei casi di violenza sessuale, in particolare l’articolo 275 del codice di procedura penale - stabilisce che presunti rei possono non subire la detenzione preventiva alla sentenza “se vengono raccolti elementi specifici, in relazioni al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari siano comunque soddisfatte”. In pratica, la Consulta afferma un elementare principio di diritto: è illegittimo e contrario al principio d’uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione disporre a priori con legge la custodia cautelare in carcere nei casi citati. Occorre invece che il giudice sia libero di decidere di volta in volta, in base agli elementi a sua disposizione, quale sia la migliore misura cautelativa da adottare. Motivazione -  “Per quanto odiosi e riprovevoli - scrive la Corte - i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali, e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura”. A sollevare il caso di fronte ai giudici della Consulta erano stati i gip di Belluno e Venezia, e il Tribunale del Riesame di Torino. La reazione della Carfagna - Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, commentando la sentenza della Cassazione che giudica incostituzionale l’automatismo per il quale gli imputati per violenza sessuale su donne e minori vengono ora custoditi in carcere in attesa del giudizio, ha detto: "Non esiste e non possiamo accettare una classifica della brutalità: per noi, cioè coloro che hanno scritto ed approvato questa legge, chi violenta una donna o, peggio, un bambino deve filare dritto in carcere, senza scusanti, da subito. L'intervento della Corte - lamenta - è giustificazionista, lontano dal sentire dei cittadini, e, purtroppo, ci allontana, sebbene di poco, dalla strada verso il rigore e la tolleranza zero contro i crimini sessuali che questa maggioranza ha intrapreso sin dall’inizio della legislatura. Sono sicura che i magistrati continueranno a dimostrare la dovuta sensibilità nei confronti di questi reati odiosi, valutando con estrema severità le esigenze di carcerazione preventiva di chi li commette. Restano in vigore tutte le altre parti del provvedimento e tra queste l’eliminazione dei benefici premiali, quali arresti domiciliari o sconti di pena, la difesa gratuita per le vittime e le aggravanti grazie alle quali ora chi stupra una donna rischia fino a 14 anni di carcere".