Abd (abeed al plurale) è una parola araba che indica le persone di pelle scura. Specifichiamo: non “uomo di colore” o “nero”, ma “schiavo” e “ne**o”, dispregiativi che etichettano i subsahariani distinguendoli dai “bianchi” nordafricani, distinguendoli da questi ultimi nella razza e nel ruolo sociale.
Razzismo alla rovescia? Euro-centrici nel bene e nel male, gli occidentali pensano che il razzismo nasca dal senso di superiorità dell’uomo bianco. Eppure, la millenaria storia dell’Africa testimonia che gli odi etnici hanno radici antiche, fino alle più recenti guerre civili che hanno insanguinato il Continente Nero. Un razzismo tra africani che, in questo caso, divide gli africani “bianchi” e gli “abeed”, i neri.
Haratin e berberi Una cospicua percentuale della popolazione della Mauritania è costituita dagli Haratin, africani che hanno abbracciato la lingua e i costumi arabi ma, comunque, discriminati come “abeed” e relegati ad una condizione di emarginazione e di sfruttamento. Tra gli ultimi paesi al mondo ad abolire la schiavitù (1981) e a condannarla ufficialmente (2007), la Mauritania non si è mai liberata di tale piaga. Dal canto suo, la legge coranica (nelle aree più remote e rurali spesso l’unica legge riconosciuta) certamente non aiuta: se da un lato, infatti, il Corano sancisce che la liberazione dello schiavo (itq) è un atto di misericordia e di espiazione dei propri peccati, dall’altro non condanna apertamente la riduzione in schiavitù.
Qualcuno potrà obiettare che anche nell’Antico Testamento si parla di schiavi ma, in Europa, America, Israele nonché nei paesi arabi più evoluti la secolarizzazione della società ha consentito di adattare i differenti precetti religiosi all’evoluzione dei tempi e, soprattutto, di rammentare la superiorità, e l’universalità per i cittadini, della legge dello stato su quella religiosa.
Il tabù islamico Dei milioni di africani ridotti in catene e venduti nei mercati del Nuovo Mondo, parte è transitata per le mani dei mercanti arabi “specializzati” nella cattura e nell’acquisto dei subsahariani secoli prima della colonizzazione europea.
Ai circa 15 milioni di schiavi africani trafficati da Inghilterra, Francia, Portogallo, Spagna, ne andrebbero aggiunti altri 15-17 milioni venduti nei mercati arabi, insieme al milione e mezzo di europei razziati nel corso delle scorrerie di saraceni e barbareschi e durante l’espansionismo prima arabo e poi turco-ottomano. Pratica infame sopravvissuta fino all’alba del XIX Secolo: nel Mediterraneo, tra gli ultimi villaggi costieri assaltati dai corsari tunisini ci sono Carloforte, Palmas e Santantioco (1798 e 1815). Quanto alla tratta trans-sahariana, nel 1929 venne individuata l’ultima carovana di schiavi nel deserto, probabilmente destinata all’Oasi di Cufra dove, due anni dopo, gli italiani liberarono 900 schiavi e smantellarono il locale mercato.
Se in Occidente il passato schiavista e coloniale è ampiamente dibattuto (e non privo di lecite colpevolizzazioni e vergogna) nei paesi islamici pare essere ancora un tabù. E mica solo in Mauritania. In Medio oriente e nel Golfo Persico lo sfruttamento di lavoratori immigrati e di ragazze dell’est Europa per la prostituzione negli alberghi di lusso è un sistema ampio e radicato. Ma le denunce presentate negli anni dalle organizzazioni internazionali sembra non sortiscano grandi effetti, segno che se è difficile riconoscere la piaga di oggi, figuriamoci analizzare, criticamente, quella condotta in passato.
La realtà attuale Le migliaia di persone che, seguendo le antiche rotte carovaniere, attraversano il Sahara per raggiungere le coste libiche, sono soggette a sfruttamento e a schiavitù. Nelle aree remote della Libia, come l’Oasi di Cufra, i subsahariani subiscono trattamenti disumani: lavoro non retribuito, reclusione in celle sotterranee, sepoltura di morti in fosse comuni. L’ultima fossa comune è stata scoperta dalle autorità libiche ad Ajdabiya nel gennaio scorso.
Nel 2020, il corrispondente Associated Press dal Cairo, Samy Mady, restituisce in quadro mesto e preoccupante delle discriminazioni cui sarebbero sottoposti i rifugiati sudanesi in Egitto, nazione ben più stabile e prospera della Libia, a dimostrazione del profondo radicamento di concetti discriminatori tra le due sponde del deserto.
In Occidente lamentiamo la resilienza dei pregiudizi razziali, sessuali, regionali senza tuttavia mai domandarci cosa possano apprendere le giovani generazioni di migranti dalle famiglie e dalle comunità etnico-religiose che frequentano. Perché, se è vero che il razzismo è una dottrina pseudoscientifica sconfessata da decenni, germoglia ancora sul terreno fertile dell’ignoranza e dell’isolamento sociale. E, consapevoli di quanto tempo ci sia voluto a sradicare i pregiudizi in Europa e negli USA, rammentare ai nuovi arrivati i valori del rispetto e della civile convivenza non sarebbe del tutto sbagliato: chi è già rispettoso avrà un refresh, chi ha difficoltà ad esserlo riceverà un incoraggiamento a cambiare.
Qualche cultore di storia islamica o qualche fedele potrebbe infine obiettare che “abd” vuol dire anche “adoratore”, in genere della Divinità. E’ comunque un sinonimo. Magari si potrebbe domandare ad un “haratin” se è “abd” di Dio o del padrone che lo ha acquistato. Ciò fugherebbe dubbi ed eventuali polemiche…



