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Il vizio giustizialista è ritenere la sentenza un giudizio divino

Andrea Venanzoni
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Quid est veritas? In questa domanda di Ponzio Pilato, formulata durante l’interrogatorio di Gesù, si cela la tragedia del processo. Il giudizio non cerca verità, ma solo un risultato, e questo risultato, lo ricordava nel 2011 sulle pagine del Wall Street Journal un famoso avvocato come Alan Dershowitz, è un verdetto pronunciato oltre ogni ragionevole dubbio. Si tratta di uno spunto notevole perché fa giustizia di una mentalità diffusa, specie nel ceto politico e in una parte della magistratura, che nella sentenza non scorge una pronuncia umana ma la materializzazione di un atto quasi divino, figlio di quel tremendo potere misterico che è l’atto del giudicare.

Le recenti cronache hanno riesumato, ad esempio, le sentenze per la strage della stazione di Bologna, in un turbinio di dichiarazioni urticanti e richieste di dimissioni di chi ha mosso critiche alla verità cristallizzata nel processo. L’atrocità di quell’evento si staglia come un monolite nella storia d’Italia, ma sarebbe ingiusto considerare i dispositivi giudiziari, compreso quello bolognese, al pari di dogmi di fede. Dogmi immutabili, eterni, inscalfibili. E come tali, pericolosi. Qui infatti alberga quella tragica confusione che già Salvatore Satta aveva rilevato tra vita/storia e legge, quando scriveva ne Il giorno del giudizio della «certezza che ci sfugge nella vita, finendo peraltro a scambiare la vita con la legge».

 

 

QUANDO NEL ’72 A CATANIA... - E dal fumo di questa confusione, la sacralizzazione dell’atto giudiziario si è sposata con la tentazione di utilizzare tanto la sentenza quanto il processo stesso quali meccanismi di moralizzazione politica della società tutta. 

Quando a Catania, nel 1972, si tenne l’ormai celebre convegno sull’uso alternativo del diritto, da cui sarebbe germogliato l’attivismo giudiziario di una parte della magistratura decisa ad emendare il vivere civile dai meccanismi borghesi utilizzando l’interpretazione marxista del diritto, si schiuse al sole la prospettiva di introiettare la temibile verità del processo e le forme spesso crudeli della costruzione dell’accertamento processuale nella politica del diritto. E fu così che dogmatismo della verità processuale e intrinseca politicizzazione a sinistra si fecero largo, costruendo nel marmo il dogma del processo e della sua tragedia. In principio furono i rapporti asimmetrici nel mondo del lavoro, la tutela dei deboli, la giustizia sociale, ma poi si passò ad una moralizzazione complessiva e alla edificazione di un progetto totale di società modellato dall’azione giudiziaria politicizzata. La crudeltà del processo, già stigmatizzata nella sua inimicizia dialettica da Mario Nigro, si fece maschera perfetta per doppi standard e per un utilizzo aggressivo ed etico del diritto.

 

 

Mani Pulite non fu altro che una esplosione di moralità dogmatica. Il Grande Inquisitore di Dostoevskij che non riconosce altra verità se non la sua. Fiat iustitia et pereat mundus. I processi, nemmeno le sentenze, sulla famigerata trattativa Stato-mafia, ad esempio, sono stati utilizzati come maglio per celebrare la fondazione di una storia alternativa del Paese, la cui valenza politica era ed è limpida.

SILVIO E KAFKA - E come dimenticare la tortuosa via crucis giudiziaria di Silvio Berlusconi, per il quale in quaranta anni di indagini e sentenze si registrò una sola condanna, poi oggetto di riabilitazione, che venne snocciolata come grani di rosario dai suoi avversari per confermare un teorema politico? In questo caso non contano nemmeno più le sentenze, quelle di assoluzione, che divengono criticabilissime perché non più funzionali allo scopo politicizzato di un certo modo di intendere il processo. Per scardinare questa deriva, è necessario tornare alla essenza, contraddittoria in quanto umana ma conchiusa e limitata, come notava Kafka, del processo. La verità del giudizio è, date certe condizioni, revisionabile. Quella dell’assoluto non lo è mai. Le indagini, i processi e le sentenze quindi devono essere accettati, e rispettati, come strumenti di risoluzione di controversie o come esercizi di potestà punitiva, non come atti politici e di fede situati oltre qualunque canone di criticabilità.  

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