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Eni, il pm inchioda i colleghi: "Dissero che il gruppo doveva finire male"

Francesco Specchia
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Colpire l’Eni, rovesciarne la reputazione, deviare l’ordine della giustizia a favore di una tesi precostituita, da portare ad ogni costo. C’è qualcosa d’inquietante e di democraticamente destabilizzante, nella deposizione che il pubblico ministero Paolo Storari rilascia, come testimone della Procura di Brescia. Il processo è quello, vischiosissimo, a carico dei colleghi Fabio De Pasquale e di Sergio Spadaro ora in forza alla Procura europea. L’accusa è quella di «rifiuto d’atti d’ufficio per non aver depositato ai giudici e alle difese documenti favorevoli agli imputati, poi tutti assolti, per la vicenda nigeriana». Sostiene, appunto, il dottor Storari: «L’atteggiamento era “noi questo processo non lo possiamo perdere, Eni non deve uscirne bene”. Per me questo era inaccettabile perché io faccio il pm e voglio che su di me ci sia la massima trasparenza, se non fosse stato nascosto nulla alle difese».

Continua il pm: «Noi uscivamo da questa vicenda in maniera perfetta, invece, ne siamo usciti come ne siamo usciti, cioè con le ossa rotte. Non si è voluto portare le prove a favore, ma un difensore ha diritto di sapere alcune cose, gli imputati hanno diritto di sapere e non è stato fatto. Volevano fare questa cosa con le mie carte: no, io questa cosa non la consento». Così depone Storari nel suo esame e controesame da teste. Colpire l’Eni, il succo. O, perlomeno, insufflare il dubbio. L’azienda, nel frattempo aveva visto, nel luglio 2022, il suo processo Eni-Nigeria, appunto- concludersi con un’assoluzione senza appello in primo piano degli imputati, l’ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni oltre alle società Eni e Shell: tutti accusati di corruzione internazionale per una presunta tangente da oltre 1 miliardo di dollari che sarebbe stata pagata dalle due società petrolifere ai politici nigeriani per aggiudicarsi i diritti di esplorazione sul blocco Opl-245. E questo capitolo s’è chiuso. Restano, oggi, le parole di Storari che sono, oggettivamente, macigni.

E le stesse cronache dell’esame del pm, spiazzano. Infatti lì, il presidente del collegio Roberto Spanò più volte boccia le domande poste dal difensore Massimo Dinoia per verificare, a suo dire, «l’attendibilità del teste» ma ritenute non ammissibili in quanto relative alla vicenda loggia Ungheria che non è tema del processo Anche se a questo proposito Storari assolto definitivamente dall’accusa di rivelazione del segreto d'ufficio, afferma che «il disegno secondo me era unico. Non si voleva indagare su Ungheria per lo stesso motivo». Ossia: non creare un «clima ostile» al processo sul giacimento Opl245 «perché sarebbero saltate fuori le calunnie di Amara che non andava screditato allo stesso modo di Vincenzo Armanna». Armanna è il testimone nel processo per corruzione e ritenuto un calunniatore da Storari.

 


Non poteva essere screditato Amara - personaggio torbido, faccendiere reticentecosì come non si doveva divulgare il contenuto delle chat di Armanna stesso acquisite da cellulare e ritenute sfavorevoli alla tesi della Procura. Storari aveva raccontato di aver sollecitato più volte le indagini sulle dichiarazioni rese da Amara e di aver trovato da parte dell’ex procuratore Francesco Greco e dall'aggiunto Laura Pedio, «un muro di gomma». «Non è stato fatto niente da dicembre 2019 fino a gennaio 2021 perchè non si voleva disturbare il processo Eni-Nigeria», istruito dal dipartimento affari internazionali, guidato dall'aggiunto Fabio De Pasquale il «fiore all'occhiello dell’ufficio che "faceva processi di serie A». Il processo Eni-Nigeria era il più importante che c’era in quel momento. Perdere in questo processo significava mettere in discussione tutto l’assetto organizzativo della Procura». Poi è arrivato il diluvio, Greco si è dimesso, De Pasquale è sotto inchiesta, Storari è stato assolto, il suo suggeritore Piercamillo Davigo rinviato a giudizio. La prossima udine za è fissata il 18 gennaio 2024.

 

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