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La vera storia della casa di Montecarlo: la donazione e lo scontro a destra

Brunella Bolloli
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«Io sottoscritta Anna Maria Colleoni dichiaro liberamente di nominare erede universale dei beni mobili e immobili che mi appartengono al momento del mio decesso, il partito Alleanza nazionale nella persona del suo attuale Presidente on. Gianfranco Fini come contributo per la buona battaglia». Era il 12 giugno 1999 quando la contessa Colleoni morì e in via della Scrofa cominciarono a ragionare sul ricco patrimonio che la contessa, senza prole, aveva lasciato al partito.

Era figlia di Guardino Colleoni, conte e gerarca fascista, discendente di quel Bartolomeo Colleoni condottiero valoroso e patriota ante-litteram. La nobildonna aveva sempre vissuto a Monterotondo, cittadina rossa alle porte di Roma, più volte decorata al valor militare per l’impegno durante la Resistenza, e nel corso di una serata, organizzata per festeggiare l’elezione di Roberto Buonasorte, primo consigliere comunale di destra nella storia della città, aveva conosciuto l’allora leader di An. Ed era rimasta folgorata. A lui allora profetizzò che, una volta passata a miglior vita, avrebbe lasciato tutto al partito. E così fece.

 

 

L’eredità Colleoni era cospicua. Ne facevano parte case, magazzini, box auto, immobili vari, titoli obbligazionari, conti correnti: di tutto pari a circa 8 miliardi di vecchie lire senza contare l’appartamento in Francia, a Montecarlo, acquistato dalla contessa negli anni Sessanta e definito «una ciliegina sulla torta» nel tesoretto ottenuto dal partito. Sulle misure e lo stato dell’immobile le voci sono discordanti: c’è chi sostiene fosse poco più di un buco, anche piuttosto fatiscente. Chi fa notare che la posizione vale già da sola: un angolo di tutto rispetto in Costa Azzurra. Chi si occupò del passaggio di proprietà assicurò che si trattasse di una residenza di 45-50 metri quadri, senza vista sul mare. Però composta da un salone, due camere, cucina, bagno e balcone. Ma Donato Lamorte, ex capo della segreteria di Fini, dichiarò di averla visionata nel 2008 in condizioni «terribili».

 

 

Ma non è questo il punto. La questione sono i soldi. La compravendita e il tradimento. Da una parte Fini, dall’altra il popolo di An quando scoprì che la casa lasciata «per la buona battaglia» era del cognato, Giancarlo Tulliani, che ci abitava dal 2008 e ci aveva anche speculato sopra. L’inchiesta Rouge et noir della procura di Roma mise in luce un articolato meccanismo attraverso il quale la società facente capo a Francesco Corallo (Atlantis), che aveva ottenuto la concessione per le video -lottery in Italia, avrebbe evaso centinaia di milioni al fisco per poi portarli all’estero. Nel 2009, secondo l’accusa, i Tulliani avrebbero ricevuto sui loro conti correnti circa 2,7 milioni, in due tranche, da parte di Corallo. Con circa 300mila euro fu acquistato l’appartamento di Montecarlo. E poi rivenduto.
Normale che i camerati, il popolo di An, da cui partì la denuncia, si sia sentito tradito dal leader. Che ora aspetta la sentenza. Dopo 14 anni.

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