Coerenza o linea dura, il succo non cambia. Alla Corte di Cassazione, che venerdì ha accolto il testo del quesito proposto dal fronte del No, il governo risponde rifiutandosi di spostare il referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, che resta fissato per il 22 e 23 marzo. Lo fa sapendo che la decisione potrebbe essere impugnata davanti al Tar e alla Corte costituzionale. Il Pd parla di «tracotante arroganza», ma non trova sponde in Sergio Mattarella, che prima si consulta al telefono con Giorgia Meloni e poi fa sapere di ritenere la posizione del governo «giuridicamente ineccepibile».
Il presidente della repubblica accetta la proposta dell’esecutivo ed emana subito un nuovo decreto di «precisazione», con cui si limita a correggere la domanda che gli elettori troveranno sulla scheda.
Questa sarà integrata con la formulazione chiesta dai quindici esponenti della “società civile” (in realtà ex magistrati e accademici di sinistra) che avevano raccolto le firme per chiedere di sottoporre la riforma Nordio al giudizio del popolo.
Viene così vanificato il tentativo di far slittare il voto, che era il vero scopo dell’iniziativa. La consultazione popolare per confermare una riforma della Costituzione, infatti, può essere chiesta sia da un quinto dei membri di una Camera (cosa che maggioranza e opposizione hanno fatto subito nei due rami del parlamento), sia da cinquecentomila elettori, come ha fatto il “comitato dei quindici”.
Questo, ottenuto dalla Cassazione il riconoscimento della legittimità dell’iniziativa, pretendeva che la data del voto («una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto», secondo la legge) fosse scelta in base ai tempi della propria richiesta e non di quelle presentate da senatori e deputati.
È stata necessaria una riunione del consiglio dei ministri, ieri mattina, dopo il colloquio tra Meloni e Mattarella. Sul tavolo c’erano due ipotesi. Una prevedeva lo spostamento al 29 e 30 marzo, data al limite ma compatibile con la legge (il 29 è il cinquantesimo giorno da ieri). L’altra, che nella discussione tra Meloni e gli altri membri del governo ha prevalso, contemplava solo la correzione del quesito.
Il capo dello Stato, si è saputo poi da chi gli ha parlato, l’ha condivisa per una serie di motivi. Intanto, il semplice buon senso: la nuova richiesta e quelle precedenti hanno lo stesso oggetto, la conferma della riforma. I giuristi del Quirinale ritengono che l’ordinanza della Corte renda necessaria una semplice integrazione del testo proposto dai parlamentari, nulla di più. E poi spostare la data comporterebbe i problemi che chiunque può intuire: ci sono elettori che hanno già pianificato lavoro, ferie e spostamenti in base a un appuntamento con le urne che era stato annunciato dalle massime istituzioni. Il rischio di nuovi ricorsi da parte di chi voleva posticipare il voto esiste, ma non è tale da impedire a Mattarella di prendere la scelta migliore.
Dal Colle arriva anche un invito a tutte le parti: abbassare il livello dello scontro e «rispettare la Cassazione e le sue decisioni». Il riferimento è ai molti elementi emersi sui magistrati dell’Ufficio centrale per il referendum che venerdì ha emesso l’ordinanza che ha costretto il varo di un nuovo decreto. Un consiglio di ventuno toghe su cui i comitati per il Sì e il centrodestra hanno avuto commenti molto duri, anche perché otto risultano legate ad Area, la corrente di sinistra: il vicepresidente Franco De Stefano, Donatella Ferranti, Angelo Costanzo, Anna Criscuolo, Angelo Capozzi, Alfredo Guardiano, Pasquale Gianniti e Vittorio Pazienza.
Tra loro, Ferranti è stata per due legislature, fino al 2018, deputata del Pd. Il suo collega Guardiano modererà il convegno “Le ragioni del No: difendere la Costituzione è un impegno di tutte e tutti”, in programma il 18 febbraio a Napoli. Sempre lui, in una conversazione su una chat diventata poi di dominio pubblico, pochi mesi fa aveva chiesto di votare No e criticato il flash mob organizzato da Forza Italia per festeggiare l’approvazione della riforma. E De Stefano in passato si è espresso contro il sorteggio dei componenti del Csm, sostenendo che questo è basato «sul presupposto, umiliante e di dubbia costituzionalità, che i magistrati non sappiano eleggere propri rappresentanti». Ignorando così che i membri togati del Csm non sono, o meglio non dovrebbero essere, rappresentanti dei loro colleghi. La Corte costituzionale lo ha messo per iscritto, ma nemmeno alla Cassazione ne hanno preso atto, e anche questo la dice lunga su ciò che è diventato il Csm.
Esiste l’istituto dell’astensione, previsto dal Codice di procedura civile: nel caso «in cui esistono gravi ragioni di convenienza, il giudice può richiedere al capo dell’ufficio l’autorizzazione ad astenersi». Nessuno di questi magistrati, però, ha pensato che la norma fosse stata scritta anche per un caso come il loro.
Situazione imbarazzante, insomma, quella di alcune toghe d’ermellino, che il presidente della repubblica chiede di non cavalcare per non inasprire i toni ancora di più. Sarebbe un esercizio inutile, del resto, visto che la data del referendum non cambia e che l’intervento di Mattarella pare aver raggelato gli entusiasmi di chi dovrebbe presentare ricorso.




