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Immigrazione, la sentenza: dobbiamo risarcire l'irregolare condannato 23 volte

di Pietro Senaldilunedì 16 febbraio 2026
Immigrazione, la sentenza: dobbiamo risarcire l'irregolare condannato 23 volte

4' di lettura

In quale Paese al mondo un immigrato illegale subisce 23 condanne, viene allontanato con un foglio di via ma, anziché essere cacciato o finire in galera per un bel po’, viene salvato dalla magistratura, che prima ne ordina il rimpatrio dall’Albania e poi lo fa risarcire dallo Stato? Facile: l’Italia. Dopo il danno, la beffa. Lui è giudicato «una figura caratterizzata da una persistente e concreta pericolosità sociale, in grado di costituire una minaccia per la pubblica sicurezza», come si legge nel provvedimento di allontanamento. Lo Stato però lo deve risarcire, come se il governo fosse il criminale e lui la vittima. La sentenza con la quale il Tribunale di Roma ha condannato l’Italia a pagare 700 euro di risarcimento al migrante algerino per essere stato portato nel centro profughi di Gjader, in Albania, anziché in quello di Brindisi, ha il sapore di un calcio assestato dalla magistratura al ministero dell’Interno.

L’uomo è stato trasferito con le fascette ai polsi e per il periodo in cui è rimasto dall’altra parte dell’Adriatico, meno di un mese, prima che un’altra sentenza ne ordinasse il ritorno in Italia, non ha potuto vedere i figli, dei quali da tempo peraltro non ha più la patria potestà: queste le motivazioni in base alle quali il giudice ha stabilito il risarcimento a carico del Viminale. Per dovere d’informazione, occorre ricordare che estensore del verdetto è la medesima toga che due anni fa condannò il nostro governo a risarcire cinque naufraghi che, salvati in acque libiche, erano stati riportati a Tripoli anziché traghettati verso le nostre coste. Più di recente, il magistrato ha tolto la sanzione alla trasmissione di Sigfrido Ranucci, punito per aver trasmesso le telefonate private tra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie sulla vicenda di Francesca Boccia, attualmente rinviata a giudizio per svariati e infamanti capi d’imputazione.

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Una toga che le voci di corridoio descrivono vicina alla corrente di sinistra Magistratura Democratica, visti i suoi ripetuti scritti su una rivista d’area. Quello che però autorizza il contribuente ad avere un travaso di bile, dal cognome del giudice coprotagonista della vicenda, al secolo Corrado Bile, è il curriculum di Laaleg Redouane, l’algerino nei confronti del quale lo Stato è debitore. Sempre che si chiami così, visto che nel corso della sua lunga e non autorizzata presenza nel nostro Paese il signore in questione ha declinato alle autorità, che lo hanno più volte arrestato o fermato per accertamenti, ben tredici differenti generalità. Notare: con nessuna delle sue svariate identità fornite l’algerino, che pure afferma il contrario, è mai stato titolare di un regolare permesso di soggiorno in Italia né è mai stato iscritto alle anagrafi della popolazione residente o a liste di collocamento. Ha sempre sbarcato il lunario diversamente...

Come? La risposta si trova in parte nelle ben 23 sentenze di condanna che l’uomo ha subito nei venticinque anni da che è qui, condite da reati contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione. Verdetti che per undici volte si sono trasformati in detenzioni, la più recente delle quali scontata nella casa circondariale di Cuneo, tra l’agosto 2024, poco dopo la sua liberazione dal centro di raccolta profughi in Albania, e il febbraio dello scorso anno. Si specifica peraltro che in quell’occasione l’algerino, informato della facoltà di chiedere la protezione internazionale, rifiutò di far domanda d’asilo. Perché dunque non espellerlo ma riportarlo qui, una volta che si era riusciti a mandarlo al di là del mare? Redouane è un essere umano e, se vengono lesi i suoi diritti, va risarcito, anche se ha un ricco curriculum penale, sosterranno con qualche ragione giuridica in tanti.

Sì, ma quel che più dà fastidio è che in realtà l’algerino non doveva essere qui e dovrebbe anzi risarcirci per non aver ottemperato al provvedimento di espulsione che cinque anni fa ha emesso contro di lui il prefetto di Alessandria «per motivi di pericolosità sociale», con l’ordine di lasciare l’Italia in una settimana. Laaleg non lo ha fatto e ci ha anzi mosso causa perché abbiamo provato ad allontanarlo noi. Dobbiamo risarcirlo perché non ha potuto vedere i figli, che comunque, essendo affidati ai nonni materni, non avrebbe potuto vedere se avesse rispettato i provvedimenti emessi nei suoi confronti. Sono i bizantinismi del diritto, in base ai quali si ha la sensazione che talvolta la legge sia una cosa talmente elastica da poter applicare a chiunque qualsiasi decisione.

Ma perché è considerato così pericoloso questo signore? Peschiamo dall’album delle sue gesta criminali. Nel 2015 si è accanito contro una donna, di nazionalità italiana, colpendola con calci e pugni, anche alla testa, e procurandole un trauma cranico e un trauma oculare. Motivazioni? Ignote. Si sa però che ha compiuto la prodezza mentre si trovava in regime di recidiva ultraquinquennale, ragione per la quale la legge avrebbe dovuto essere particolarmente dura con lui: cosa che non fu, visto che se la cavò con una condanna a nove mesi.

Il trattamento oltraggioso che avrebbe subito durante il trasferimento quando gli hanno messo le fascette al polso, il fatto che mancasse un provvedimento amministrativo specifico che autorizzasse lo spostamento, cosa che il ministero sostiene non essere necessaria, l’impossibilità di vedere i figli per un mese. Nel diritto la forma è sostanza ed è anche per questo che il governo è stato condannato. Ma la somma dei 700 euro è indicativa: se davvero Redouane fosse stato oggetto di un accanimento da parte delle istituzioni, sarebbero pochi. E allora viene il sospetto che l’esiguità della somma non riveli la misura del danno, ma la natura della sentenza. Politica?

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