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Referendum, separare le carriere rafforzerà i magistrati

In accordo con l’autrice pubblichiamo ampi stralci della prefazione del volume "Magistrati per il Sì", a cura di Isabella Bertolini, Consigliere laico del Consiglio Superiore della Magistratura
di Isabella Bertolinilunedì 9 marzo 2026
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In accordo con l’autrice pubblichiamo ampi stralci della prefazione del volume "Magistrati per il Sì", a cura di Isabella Bertolini, Consigliere laico del Consiglio Superiore della Magistratura

La riforma non nasce contro qualcuno, ma per qualcosa: per la terzietà del giudice, la chiarezza dei ruoli, la credibilità del sistema. Per l’idea, profondamente costituzionale, che l’equilibrio tra i poteri (...) non sia una concessione, ma una garanzia. Separare le carriere non significa indebolire la magistratura. Significa riconoscere la diversità delle funzioni, rendere coerente l’assetto ordinamentale con un processo di impianto accusatorio. Significa dare piena attuazione all’articolo 111 della Costituzione, che non è uno slogan, ma un presidio di civiltà giuridica. (...) In una democrazia matura non è sufficiente che il giudice sia imparziale, è necessario che appaia tale. La percezione di terzietà, soprattutto per chi subisce il processo, è parte integrante della sua legittimazione. E su questo terreno la separazione delle carriere non sottrae autorevolezza, ma la rafforza.

Allo stesso modo, affrontare il tema del degenerato correntismo e della composizione degli organi di autogoverno non equivale a negare il pluralismo culturale interno alla magistratura. Significa, piuttosto, prendere atto delle degenerazioni che hanno inciso sulla sua immagine pubblica e interrogarsi, senza ipocrisie, su strumenti idonei a restituire indipendenza non solo esterna, ma anche interna. Il sorteggio (...) più che una soluzione salvifica, rappresenta una risposta pragmatica a una crisi di credibilità che ha radici profonde. Non una mortificazione della magistratura, ma una possibile occasione di rigenerazione, capace di liberare energie professionali spesso rimaste silenziose proprio per sottrarsi a logiche di appartenenza. Questo volume non promette soluzioni miracolose. Nessuna riforma costituzionale lo fa. Ma indica una direzione. E lo fa con un tono che considero particolarmente significativo: misurato, argomentato, privo di demonizzazioni. (...) La riforma scioglie nodi ordinamentali che, se lasciati irrisolti, continuano ad alimentare ambiguità, sospetti e sfiducia. È un atto di chiarezza prima ancora che di efficienza.

Aggiungerei un’ulteriore considerazione. Le riforme che incidono sull’architettura costituzionale non devono essere pensate per l’emergenza, ma per la durata. (...) La giustizia, più di altri ambiti, ha bisogno di stabilità, prevedibilità, riconoscibilità. Ogni intervento che rafforzi la distinzione dei ruoli e la responsabilità delle funzioni contribuisce non solo a migliorare il processo, ma a consolidare la fiducia collettiva nell’istituzione.

Non va dimenticato, infatti, che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria: è una garanzia per il cittadino. E come ogni garanzia, vive di equilibrio. Troppo spesso il confronto pubblico ha oscillato tra la tentazione di comprimere l’autonomia e quella di considerarla intangibile. La prospettiva che emerge da questo volume è diversa: governare l’autonomia attraverso regole più chiare, rafforzare l’indipendenza attraverso una più netta definizione delle responsabilità.

C’è, infine, (...) il rispetto per la Costituzione come patto vivo, non come formula retorica. Riformare non significa tradire: significa assumersi la responsabilità di verificare se gli strumenti predisposti in un determinato contesto storico siano ancora idonei a realizzare i principi che li hanno ispirati. In questo senso, il referendum non è una frattura, ma un passaggio di maturità democratica.