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OPINIONE

Perché bisogna tutelare Presidente e Guardasigilli

di Mario Sechimartedì 28 aprile 2026
Perché bisogna tutelare Presidente e Guardasigilli

2' di lettura

L’ufficio complicazioni della nostra Repubblica è sempre aperto, l’ultimo caso è eccezionale nell’ipotesi, vedremo se lo sarà anche nelle conclusioni: in sostanza, la grazia concessa dal Presidente Sergio Mattarella a Nicole Minetti sarebbe viziata da un problema a monte, cioè la falsità dei fatti sui quali si è basata la richiesta di clemenza. Bisogna dire subito che la grazia è un potere esclusivo del Presidente della Repubblica (esistono in realtà diversi pareri dei giuristi - ieri Stefano Ceccanti sollevava dubbi che furono anche di Nicolò Zanon - ma una sentenza della Corte Costituzionale nel 2006 ha chiuso la partita in maniera quasi tombale), ma il Quirinale non è titolare materiale dell’istruttoria che la precede, non manda certo i corazzieri a fare le indagini, questo compito spetta alla magistratura e, non a caso, la grazia è proposta e viene controfirmata dal Guardasigilli che in questo caso è il ministro Carlo Nordio. Il Quirinale dopo la pubblicazione sul Fatto Quotidiano di una serie di articoli, ha chiesto al ministro Nordio di accertare i fatti, quest’ultimo ha inoltrato la richiesta alla Procura generale della Corte di Appello di Milano che aveva dato parere favorevole (non vincolante) alla richiesta della Minetti. A questo punto, non resta che attendere. Per il bene delle istituzioni, ci auguriamo che tutto si risolva in una bolla di sapone, perché in caso contrario saremmo di fronte a un fatto imbarazzante per i massimi vertici delle istituzioni.

Sergio Mattarella è prima di tutto un giurista, la sua attenzione alle questioni di diritto è proverbiale e il suo rigore è indiscutibile; quanto a Carlo Nordio, è un uomo di grande cultura, è stato un procuratore esemplare, è persona cristallina. Il Quirinale e il ministero di Grazia e Giustizia non possono essere esposti al dubbio che la magistratura non abbia ricevuto informazioni corrette dai carabinieri e non abbia vigilato fino in fondo su un procedimento così delicato. Il problema non è «il caso Minetti», non è una questione morale figlia dell’antiberlusconismo infinito, è un fatto di diritto (e rovescio), è il percorso che il dossier Minetti ha fatto negli uffici giudiziari, il suo trattamento, la sua genesi che, ancora una volta (comunque vada a finire questa storia) conferma che la macchina della Giustizia italiana è in panne.

Il solo fatto che si debba procedere ad accertamenti su un caso di grazia che finisce sulla scrivania del Presidente della Repubblica è la prova che ci sono zone opache, buchi neri dove rischia di sparire il bene più prezioso, la verità, la fiducia nel patto tra Stato e cittadino. La vittoria del No nel referendum in questo senso è un dramma istituzionale, perché ha reso intoccabile come un totem un settore della vita italiana che invece ha un disperato bisogno di riforme, oggi chiunque propone dei cambiamenti è trattato come un nemico della Costituzione.