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Se l'indipendenza delle toghe dipende dall'aumento

Gli stipendi alti non bastano: secondo l'Anm, il nuovo criterio per la rivalutazione delle buste paga mette i magistrati a rischio di subire "pressioni esterne"
di Fausto Cariotimartedì 3 novembre 2026
Se l'indipendenza delle toghe dipende dall'aumento

4' di lettura

Se i magistrati fossero fatti della pasta descritta da Rocco Maruotti, gli italiani avrebbero gravi motivi per preoccuparsi. La speranza è allora che il segretario generale dell’Anm non conosca i suoi colleghi e stia sbagliando tutto. Sarebbe inquietante, ma l’alternativa è peggiore. Intervistato sulla Stampa di ieri, Maruotti spiega infatti che «la tutela delle retribuzioni dei magistrati è condizione per la salvaguardia dell’indipendenza della giurisdizione, che dipende anche dal grado di capacità del magistrato di resistere alle pressioni esterne, di qualunque tipo». Tradotto: se lo stipendio non cresce come deve, giudici e pm diventano vulnerabili.

Non è il primo a usare questo argomento. Giuseppe Tango, che dell’Anm è il presidente, ha usato parole identiche: «La tutela delle retribuzioni dei magistrati è condizione per la salvaguardia dell’indipendenza della giurisdizione». Sulla stessa linea, ieri a Otto e mezzo, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri: «I magistrati non devono contrattare col potere politico il proprio stipendio, proprio ai fini dell’indipendenza».

Ci sarebbe da chiedere l’apertura di una pratica a tutela della categoria, se il luogo in cui si votano certe pratiche, il Csm, non fosse una succursale dell’Anm stessa. E non perché l’indipendenza economica non sia necessaria a quella professionale, ma perché la prima non è a rischio. Se la resistenza a quelle «pressioni esterne», che vengano dal governo di turno o da qualche privato interessato a deviare il corso della giustizia, dipende da una busta paga ancora più pingue, vuol dire che nella magistratura ci sono persone la cui integrità ha un prezzo: un’idea che dovrebbe far rivoltare chi amministra la giustizia «in nome del popolo italiano». Per i magistrati la capacità di non farsi influenzare è un dovere, una precondizione, non qualcosa da mettere sul piatto delle rivendicazioni salariali.

GLI STIPENDI DEGLI ALTRI

Il tentativo si capisce. È quello che fanno tutti i fornitori di servizi pubblici essenziali ogni volta che bussano alle casse dello Stato. Non chiedono quei soldi per loro (giammai!), ma per la difesa di un principio costituzionale. In più, nel caso dei magistrati, c’è quella presunzione che fa sentire molti di loro parecchi piani al di sopra delle altre categorie che hanno il compito di garantire i servizi basilari. Con la differenza che i sindacati dei pompieri non dicono che altrimenti i loro iscritti potrebbero iniziare ad appiccare incendi, i sindacati di Polizia non mettono in guardia dal rischio che gli agenti si facciano corrompere dalla malavita, i medici non paventano di salvare meno vite. E sono tutte categorie che guadagnano meno dei magistrati.

L’argomento di Maruotti, Tango e gli altri starebbe in piedi in un solo caso: se il livello degli stipendi dei magistrati fosse così basso da preoccupare. Chi rischia di non far quadrare i conti a fine mese o di indebitarsi ha più probabilità di mettere i propri principi sul mercato. Ma non è questo ciò che accade. Le tabelle della Ragioneria generale dello Stato dicono che nel 2024 un magistrato ordinario ha avuto in media una retribuzione complessiva lorda di 154.401 euro.

Un ufficiale generale dell’Esercito si è fermato a 149.141 euro, un dirigente della Polizia di Stato a 98.586, un medico dirigente del Servizio sanitario nazionale a 90.759 e un ispettore di Polizia a 49.065. E nessuno di loro, a quanto risulta, ha preteso che l’integrità fosse compensata a parte.

La rivolta in nome dell’«indipendenza» non nasce perché lo stipendio dei magistrati stia per essere decurtato. E nemmeno perché il governo voglia cancellare gli scatti automatici basati sull’anzianità, o la regola per cui l’aumento deve essere pari alla media degli incrementi ottenuti dalle altre categorie del pubblico impiego, scritta apposta per sottrarre le toghe al “ricatto” della contrattazione salariale.

COSA CAMBIA DAVVERO

Ciò che fa il governo – dopo aver stanziato 970 milioni di euro per coprire gli arretrati e gli aumenti degli 11mila magistrati italiani, come impongono le sentenze del Consiglio di Stato – è cambiare, nella manovra, il metodo di calcolo dei futuri aumenti: anziché la semplice media aritmetica tra le categorie del pubblico impiego si userà la media ponderata in base al numero dei loro dipendenti, che darà un coefficiente un po’ più basso. Tant’è che lo stesso Maruotti deve riconoscere che «le retribuzioni dei magistrati continueranno a essere determinate da un meccanismo automatico». Ma se il criterio che difende l’indipendenza della magistratura rimane, di cosa si discute, se non della differenza di aumento che potrà venire dal nuovo metodo di calcolo? E basta così poco per mettere a rischio l’integrità della magistratura italiana? Davvero la corporazione togata è messa così male?