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Mafia-Stato, Mori nega tutto:

"Mai dato il via alla trattativa"

20 Ottobre 2009

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Mafia-Stato, Mori nega tutto:
“Una trattativa, per sua natura, deve essere riservata, presuppone il rispetto del segreto. Io parlai dei miei incontri con Ciancimino prima con Violante, allora presidente dell'Antimafia, poi con Caselli, che si era appena insediato al vertice della Procura di Palermo”. Respinge l'accusa di avere dato il via alla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros sotto processo a Palermo per favoreggiamento a Cosa nostra. Mori ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee dopo la deposizione, al dibattimento, dell'ex presidente dell'Antimafia Luciano Violante che ha ricostruito i suoi incontri con l'ufficiale dell'Arma. L'ex politico ha riferito che in quelle occasioni Mori gli fece presente l'intenzione dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino di essere ricevuto a palazzo San Macuto. “La ricostruzione di Violante - ha detto Mori - è per me di grande importanza perché prova, pur avendo molte lacune, che il mio comportamento fu trasparente”. L'ex comandante del Ros, poi, oltre a ricordare tutti gli incontri con Violante che ebbero a oggetto Ciancimino, ha ricostruito puntualmente il contesto investigativo e storico precedente alle stragi: dall'omicidio Lima, all'inchiesta del Ros su mafia-appalti, mai - a dire del prefetto - sostenuta dalla procura di Palermo, ai rapporti intrattenuti con Falcone e Borsellino che, invece, erano convinti dell'importanza dell'indagine dei carabinieri sugli intrecci mafia, politica e imprenditoria.
Nelle sue lunghe dichiarazioni spontanee Mori, che ha definito l'ipotesi di un dialogo tra Stato e mafia come la ''resa vergognosa dello Stato a una banda di volgari assassini'', ha ricordato tutti i suoi contatti con Vito Ciancimino, finalizzati a convincere l'ex sindaco a collaborare con la giustizia. Al centro dell'intervento dell'imputato anche i suoi rapporti con Borsellino e gli incontri avuti col magistrato: come quello del 25 giugno del 1992 in cui l'ufficiale e il magistrato avrebbero parlato dell'indagine su mafia e appalti su cui sia il Ros che il giudice puntavano molto. Contatti proseguiti fino all'immediatezza della strage di via D'Amelio, prova, secondo Mori, dei buoni rapporti che intercorrevano tra il reparto operativo e Borsellino.

Giovanni Ciancimino: “I contatti con l’altra sponda” -  ''Venti giorni dopo la morte di Falcone, che per me fu scioccante, andai a trovare mio padre. Mi disse “questa mattanza deve finire”. Sono stato contattato da personaggi altolocati per parlare con l'altra sponda. Io sapevo a cosa si riferiva con l'espressione “l'altra sponda”: si riferiva alla mafia, parola che davanti a me non pronunciava mai''. Lo ha ricordato Giovanni Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, sentito dai giudici della IV sezione del tribunale di Palermo che processano il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros e il colonnello Obinu per favoreggiamento alla mafia. Secondo la tesi dei pm di Palermo fu proprio Mori a intavolare un dialogo con Ciancimino, che per conto dei boss corleonesi, avrebbe dovuto trattare con le istituzioni per porre fine alla strategia stragista di Cosa nostra. ''Io restai scioccato, basito e litigammo'', ha aggiunto collocando l'episodio tra l'eccidio di Falcone e quello di Borsellino. ''Dopo la strage di via d'Amelio - ha continuato - mio padre mi chiamò e mi propose di fare una passeggiata. In auto mi disse, 'tu che sei avvocato, cosa è la revisione del processo'. Io glielo spiegai. A quel punto aggiunse: 'Allora si può fare la revisione del maxi processo!'''. Ciancimino ha aggiunto che il padre durante il colloquio tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta arrotolato. Secondo i magistrati si sarebbe trattato del cosiddetto papello con le richieste della mafia allo Stato.


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Commenti all'articolo

  • nicola.guastamacchiatin.it

    20 Ottobre 2009 - 15:03

    Le colpe,se colpe ci sono, vanno addebitate alle cause che le hanno determinate. Questa Italia continua ad essere governata da strutture tecniche ed amministrative risalenti al tempo del Borboni. Non possiamo dare delle colpe ai vari ordini di polizia giudiziaria che vanno dalle polizie di stato oppure dai carabinieri o guardia di finanza se a capo di tutte queste polizie non si mette un organismo nuovo quale un Segretario Generale con funzioni di coordinatore generale di qualsiasi struttura poliziesca e servizi speciali appartenga compreso anche quelle militari. Soltanto allora,essendovi dei responsabili aventi nome e cognome,le verità non potranno più essere sottaciute per fare grazia a qualche pervertito mentaleche odia ogni forma di democrazia. Signor Berlusconi,Lei,ci si dice che è un riformatore,allora,si dia da fare affinchè spariscano tutti i labirinti che da oltre 100 anni nascono oscure verità a tutti gli italiani. Distinti saluti. N.G.

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