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La segretaria di Buzzi svela il "libro nero": "Così pagavamo i politici"

Ignazio Stagno
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Dopo gli arresti ora parla la cassiera della banda criminale che aveva nelle mani e a libro paga il mondo della politica romana. Da una cella del carcere di Rebibbia parla Nadia Cerrito e conferma le donazioni "in nero" a politici e funzionari. Collabora la segretaria di Salvatore Buzzi, il socio dell'ex estremista dei Nar. Ammette di essere stata lei "a preparare le buste con i contanti". Alle contestazioni dei magistrati ha risposto di operare in quel modo "perché temeva di essere licenziata". Ma ad accusarla c'è il "libro nero" sequestrato nel suo appartamento con l'elenco delle somme pagate e l'iniziale di chi le ha percepite. Decine e decine di dazioni, al massimo 15 mila euro, servite alla banda per controllare il Campidoglio e forse ottenere appalti anche dalla Regione Lazio. Un tariffario al quale si aggiungevano gli extra che il "capo", d'accordo con Carminati, avrebbe versato in occasioni particolari come le cene elettorali del sindaco Gianni Alemanno. La Cerrito spiega di essere "impiegata della 'Cooperativa 29 giugno' da quindici anni e ho uno stipendio da ragioniera. In realtà sono cinque cooperative, abbiamo circa 1.200 dipendenti". Le rivelazioni - Al gip Flavia Costantini, come racconta il Corriere, che le chiede come mai il “libro nero” sia stato trovato nel suo appartamento e non in ufficio dice: "Lo tenevo sempre nella borsa perché Salvatore Buzzi mi aveva detto che riguardava pagamenti riservati e dunque non volevo che altri lo vedessero". E ancora: "Buzzi portava i soldi in contanti e io provvedevo a preparare le buste con le sue indicazioni. La “B” che vedete per me equivale a Buzzi. Io non sapevo quale fosse la destinazione finale di soldi, chi fossero i percettori". Infine la Cerrito rivela al giudice: "Sapevo che si trattava di cose illegali visto che era una contabilità parallela che quindi non doveva essere registrata in alcun modo, ma io non mi potevo sottrarre. Mi dicevano di preparare i soldi in contanti e mi dicevano che dovevano essere messi nelle buste. Io non potevo dire di no. Ho una famiglia, un padre malato, avevo paura di perdere il lavoro. Le buste hanno cominciato a chiedermele due o tre anni fa". 

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