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Il coronavirus ha un merito: ha ucciso Halloween

Il Covid e il coprifuoco ci liberano dall'odioso "dolcetto o scherzetto?"
di Francesco Specchiavenerdì 30 ottobre 2020
Festa di Halloween

Festa di Halloween

4' di lettura

Se c’è una cosa - oltre alla tombolata di Natale- che avvilisce, che nutre negli animi semplici il senso del grottesco e che bisogna tenacemente odiare, be’, quella è la festa di Halloween.

Quando Vincenzo De Luca dice che “Halloween è una stupida americanata, un monumento all’imbecillità”, ha del tutto ragione. Io me l’immagino, De Luca, con la barba sfatta, dopo una dura giornata di cazziate con De Magistris e Zingaretti, la sera del 31 ottobre, in pigiama e armato di lanciafiamme, aprire la porta ai bimbetti vestiti da spettri che gli gridano nelle orecchie “Trick-Or-Treat?!”, dolcetto o scherzetto. E, lì la prima cosa a cui pensa Vincenzo nostro, non è esattamente una pastiera. Ora, il fatto che il Covid abbia come unico benefico effetto collaterale la cancellazione di una celebrazione idiota, be’, un po’ mi induce sollievo. Gli assembramenti sono la linfa degli estimatori della temibile festa di Ognissanti. Una volta che il Dpcm li ha vietati, dopo le 18, non ci saranno più feste in maschera animate da streghe e mostri di ogni tipo. Vivaddio. Niente più horror party zeppi di bambole assassine, mummie senza garza, tristi contabili con la pancetta sotto il costumino da scheletro. Mesti figuri accompagnati dai figlioletti in tabarro costretti a tracciarsi col pennarello, sul volto, insulsi rigagnoli di sangue. Niente più ristoranti (chiusi anche loro) che ti servono derrate di muffin e di meringhe e di zucche intagliate importate dagli Stati Uniti; roba da fegati potenti, che, in qualsiasi altro momento dell’anno, terremo da parte per il cugino grasso o per il banco alimentare. E niente più quel macabro ricatto –“dolcetto o scherzetto?”- che consente a mandrie di bambini maleducati di scassarti il campanello e le palle; e di irrompere nelle case o nei negozi alla ricerca disperata di caramelle e cioccolata. Che, tra l’altro fanno pure male ai denti. Quando mio figlio Gregorio Indro di 0tto anni, sobillato dagli amichetti grandi mi ha chiesto di comprargli il vestito da Dracula per Halloween, io, con nonchalance, prima gli ho fatto visionare tutti i film di vampiri con Christopher Lee vietati ai minori di 14. Non prima, però di avergli raccontato la vera storia di Vlad Tepes Drakul, il principe che amava impalare frotte di turchi lungo le vie delle Valacchia, a difesa della cristianità. Altro che Halloween. Alla fine l’erede ha preferito rimanere a casa e guardarsi su Netflix una puntata di Capitan Mutanda. Bisogna educarli sin da piccoli.

Non che Halloween sia una festa inutile (un po’ lo è).  E’ solo una festa posticcia, un evento che non ci appartiene, importato da un popolo senza storia, che a sua volta l’aveva ibridato da chissà quali immaginari. Non se conosce nemmeno bene la radice. C’è chi dice che Halloween più probabilmente tragga origini dalla festa celtica di “Samhain” un termine che in irlandese antico richiama la “fine dell'estate”, peraltro coincidente con la fine dell’anno dato che, secondo il calendario celtico in uso 2.000 anni fa tra i popoli dell’Inghilterra (“All Hallows' Eve”, festa di tutti santi) dell’Irlanda e della Francia settentrionale, l’anno nuovo cominciava proprio il 31 ottobre. Quindi, al limite, la festa potrebbe interessare qualche leghista nostalgico dei riti druidici o della cerimonia dell’ampolla. Oppure c’è l’ipotesi cristo-pagana accettata benevolmente da Papa Gregorio IV nell’840: Halloween vale come ricorrenza di tutti i santi, epperò onora anche i defunti in chiave laica. Una ricorrenza confusionaria, insomma. A cui nessuno, nell’Occidente civilizzato, s’era mai avvicinato con serietà. Tranne, naturalmente, gli americani sempre a caccia di miti di seconda mano (non avendo i propri). Addirittura, presi dall’horror vacui, dalla foga del racconto bello denso, gli americani hanno riempito la narrazione rarefatta di Ognissanti con la leggenda irlandese di Jack O’ Lantern, condannato dal diavolo a girovagare il mondo di notte con una lanterna scavata in una zucca. Sicché la suddetta rimane una festa –direbbero i linguisti- polisemantica, ancorché incasinatissima. Sarà per questo che, con la lente del ridicolo, si leggono notizie su gruppi di romani chiusi in albergo in malinconici after hours a fare i trenini nei corridoi vestiti da zombie. O sulle decine di adolescenti di Jesolo pronti ad aggirare i divieti, posticipando la ricorrenza a costo di farla slittare alle 5 di mattina; il tutto armati di petardi, bombette, tricchetracche e cotillons. Bisogna odiare halloween.  E –si badi- non è neanche una questione di tifare per  le feste cattoliche. Io sono laico, le ricorrenze le odio un po’ tutte.

Personalmente, il mio primo approccio con la festa fu  Halloween –La notte delle streghe, un horror cult di John Carpenter del ’78; lì un mentecatto con una maschera di caucciù massacrava i festeggiatori nella notte più orchitica dell’anno. E’ stato l’imprinting. Da allora, il mio mostro non è Halloween in sé, ma chi ha la genialata di spacciarmela per un Natale in abito scuro, per un’idea allegra della morte. A parte che, di questi tempi, non mi pare neanche elegante…