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Calabria, quest'uomo? Sette mesi di galera per uno scambio di persona: l'ultimo disastro della magistratura italiana

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«Ero uno di quelli che dicevano: "Be', se finisci in carcere qualcosa devi pur aver fatto". Poi mi è capitato l'inimmaginabile e ho capito che non è così. Che questa giustizia prende delle sonore cantonate». Domenico Forgione è un signore sulla cinquantina, i capelli brizzolati e l'accento aspirato di Reggio Calabria. È di Sant' Eufemia di Aspromonte, un paesino dime nodi 4mila anime nella provincia più a sud dello Stivale. Ha il tono gentile. Parla con calma. L'"inimmaginabile" che racconta è uno scambio di persona, sette mesi di carcere gratis et amore dei, la confusione tra il suo nome (Domenico, all'italiana, scritto pure sui documenti che ha in tasca) e un indiziato che si chiama "Dominic", all'inglese, e che ai solerti magistrati dell'anti 'ndrangheta è sfuggito per un errore banalissimo. È il 25 febbraio dell'anno scorso, noi stiamo per piombare nell'incubo del covid, per Domenico inizia il calvario. «Avevo fatto le ore piccole guardando un vecchio filmato di Claudio Martelli su YouTube, perché dentro di me batte sempre un cuore socialista». Ci scherza su. Lui, che all'epoca era consigliere di minoranza nel suo piccolo Comune, convertito prima al Pd e poi ad Articolo1. «Verso le 3,30 sento bussare al portone con forza. Sono i carabinieri che mi arrestano, ma lì per lì non capisco niente».

 

 

 

Non sa, Domenico. Assieme a lui finisce in arresto anche suo padre. È una giornata stressante, surreale: «In questura scopro che hanno arrestato anche il presidente del consiglio comunale, il vicesindaco e il sindaco. Gente che io, politicamente, ho sempre criticato. Inoltre la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto l'autorizzazione per procedere per il senatore di FI Marco Siclari. Dicono sia un caso di voti di scambio, ma io riesco solo a pensare: "Che c'entro?"». Passano le ore, prima in questura, poi al carcere di Palmi. Solo verso sera Domenico riesce a trovare la forza di sfogliare le 4mila pagine dell'operazione e si concentra sui diciassette fogli che lo tirano in mezzo. «Sono stralci di intercettazioni tra uno degli imputati e un tale "Dominic". Parlano di appalti, di soffiate, di retate contro la 'ndrangheta. È ovvio che non sono io quella persona. Lo dico e lo ripeto nell'interrogatorio di garanzia, quando mi viene riferito che sono accusato di associazione a delinquere. Allora penso, adesso mi rilasciano. Macché». La "colpa" di Domenico è di essere nato in Australia. Alcuni dei suoi amici d'infanzia lo chiamano per davvero "Dominic", tanto basta. Finisce nel tritacarne. Per Enzo Tortora ci volle pure meno.

 

 

 

L'unica speranza che ha è chiedere una perizia fonica. Sembra facile. «Si capisce all'orecchio che la voce registrata nell'intercettazione non è la mia, ma servono le cose fatte bene. Allora faccio fare una perizia di parte, ma il tribunale del riesame la rigetta perché - dice- l'audio non è di ottima qualità. Non mi arrendo e scrivo al pm, ma nel frattempo è maggio e sono ancora in prigione. Quando finalmente incaricano un tecnico del tribunale è agosto. Viene fuori che quella non è la mia voce. E mi scarcerano a settembre del 2020». Domenico si fa, quindi, sette mesi tondi di cella, in Calabria e a Caserta: «Un'esperienza da pelle d'oca, facevamo la doccia e usciva acqua marrone». Giusto per ricordarlo a quelli che «le patrie galere sono hotel a cinque stelle». Adesso pensa (giustamente) di richiedere un indennizzo per i mesi di vita persa: «La prima cosa che ho fatto da uomo libero è stato iscrivermi all'associazione radicale Nessuno Tocchi Caino», chiosa, «quello che è successo a me può capitare a tutti».

 

 

 

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