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Pensiero unico, basta adattarci: è giunto il momento di ribellarsi

Corrado Ocone
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Qualche anno fa ha cominciato ad avere fortuna un termine -resilienza - che non può essere considerato alla stregua di uno dei tanti tic verbali o mode linguistiche che ogni tanto affiorano nelle nostre società. Esso ci è stato posto infatti come un imperativo, una virtù, una qualità che avremmo dovuto necessariamente avere per affrontare le continue emergenze (vere ma anche spesso presunte) a cui una società globale ci pone quotidianamente di fronte. Che dietro la fortuna della parola ci fosse addirittura un più o meno consapevole “progetto politico” è la tesi di un interessante libro della filosofa francese Barbara Stiegler, che l’editore Carbonio presenta ora in italiano con un titolo accattivante: Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico (pagine 264, euro 19).

Per provare a spiegare il perché la società contemporanea si consideri in costante ritardo nella sua capacità di affrontare le sfide e i cambiamenti che si presentano, la Stiegler si serve come filo conduttore di tutto il suo ragionamento di un vecchio e dimenticato dibattito che tenne impegnati i due più eminenti intellettuali americani nel periodo fra le due guerre: il filosofo John Dewey e il sociologo Walter Lippman. Essi in quel confronto, con non comune spirito profetico, misero in luce i problemi di adattabilità che generava, nell’essere umano, un mondo dominato dalla tecnica e sempre più proteso alla creazione di novità, anche commerciali, e nella distruzione delle tradizioni: un mondo “veloce”, che non dava a tutti la possibilità di riflettere ed elaborare gli strumenti per dominarlo.

 



«UNA TESTA E UN VOTO»
Se la promessa della democrazia era stata quella di rendere gli uomini tutti politicamente uguali (“una testa e un voto”), il problema che sorge, in un mondo dominato dagli scambi e dalle informazioni, è che non tutti hanno la possibilità di dominare il ritmo frenetico delle sollecitazioni. Da qui l’insistenza di Dewey sull’educazione e quella di Lippman sulla necessità di affidare le redini della politica ai soli esperti o capaci, agli “adattati”. Due soluzioni che lasciano entrambe insoddisfatti perché non sembrano cogliere il nucleo ultimo dei nuovi tempi, quel centro che si sarebbe poi mostrato con piena chiarezza a fine secolo, cioè negli anni della globalizzazione. Questo nucleo è da rintracciare, per la Stiegler, che risente fortemente della lezione di Foucault, in un nuovo concetto di “natura umana” che si è fatto ormai largo e che ha preso sempre più il posto di quello tradizionale. Mentre il liberalismo classico poteva al massimo dividersi nel considerare l’uomo o buono (Smith, Hume) o cattivo (Locke, Madison) per natura, il progetto sociale oggi dominante considera semplicemente l’uomo un essere “difettoso” e da “correggere”. Una correzione che, in qualche modo, sembra assomigliare, nelle pagine di questo libro, al progetto del superuomo di Nietzsche, autore di cui la Stiegler è fra l’altro una delle massime studiose.

In verità, l’autrice di questo libro, ancora poco conosciuta in Italia, è una pensatrice originale che dimostra come la distinzione fra destra e sinistra sia oggi insufficiente a definire determinate posizioni intellettuali. Certo, la sua simpatia per Mélanchon e addirittura per i “gilet gialli” non può certo farla definire una conservatrice. E, d’altronde, Il fatto che ella stessa si definisca una intellettuale “impegnata” sembrerebbe ascriverla alla classica tradizione dell’ intellettuale organico a un partito o a un progetto politico.
A ben vedere però il suo impegno è rivolto proprio contro quella sinistra che si è alleata al capitalismo e ha dato vita ad un fenomeno che ella chiama “neoliberismo” ma che, a ben vedere, ha tutti i tratti della cultura woke oggi dominante, cioè di un “pensiero unico” che vorrebbe espungere dalla società il conflitto sociale, e quindi la politica stessa. Questo potere è propriamente una biopolitica perché, come Foucault aveva in qualche modo intuito, vuole disciplinare gli uomini e renderli adatti alle grandi trasformazioni tecniche che essi stessi hanno generato.

RITARDO CULTURALE
La grande rivoluzione scientifica e tecnica della modernità «ha imposto infatti all’umanità un modo di vivere radicalmente nuovo; ha scosso le consuetudini, le istituzioni e le tradizioni, trasformando così l’intero orizzonte umano». Ad esso però corrisponde, secondo l’ideologia dominante, così come la interpreta la Stiegler, un “ritardo culturale” della specie umana, dovuto alla “stasi” che ha sedimentato tradizioni. È come se il processo evolutivo avesse generato una asimmetria fra ambiente e umanità, imponendo a quest’ultima di adeguarsi rapidamente.”Correre” è infatti diventato l’imperativo del nostro mondo. Tutt’altra è però l’idea della Stiegler che nelle tradizioni vede, non molto diversamente dai conservatori, un deposito di senso e una salvezza per l’umanità. La rivoluzione mentale che ella auspica passa attraverso la riscoperta di virtù come la lentezza e la riflessione umile e ponderata. Solo così sarà possibile sottrarre l’uomo dalle grinfie di un potere che si presenta come neutro ma è invece potente e pervasivo, arrivando a soggiogare lo stesso animo umano. Si tratta nientemeno che di «ricostruire una nuova concezione filosofica e politica del significato della vita e dell’evoluzione» Che poi il nostro tipo di società coincida per la Stiegler con la “Grande Società” di cui parlava Hayek è non poco discutibile, ma qui ella sembra risentire più delle idee diffuse nel suo ambiente di formazione che di un’attenta riflessione delle pagine del grande pensatore viennese. Il libro ora tradotto, ricco di spunti originali, fu pubblicato da Gallimard nel 2019, cioè precedentemente alla stagione del Covid. Inutile dire che la Stiegler, nell’affrontare le conseguenze dell’epidemia, si trovò dalla parte giusta, criticando aspramente le politiche “liberticide” adottate dai governi per il contenimento del virus. L’auspicio è che, al contrario del suo pamphlet su La democrazia in pandemia (uscito sempre per Carbonio nel 2021), questo volume, che per molti versi può esserne considerato il progenitore intellettuale, susciti nel nostro Paese un po’ di serio interesse da parte di un ceto intellettuale spesso distratto.

 

 

 

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