Nei telefoni sequestrati e nei server incriminati non ci sono solo numeri, contatti o flussi di soldi. Ci sono immagini, simboli, frasi. Ed è su questo materiale che la Procura di Genova costruisce il terzo atto dell’inchiesta su Mohammad Hannoun, indicato dagli investigatori come figura centrale della rete di Hamas in Italia. Accuse tutte da verificare in giudizio, ma che trovano ora un nuovo, corposo supporto documentale negli atti depositati. Secondo quanto emerge dall’analisi della Digos e della Guardia di finanza, nel cellulare di Hannoun e nel cloud dell’associazione benefica a lui riconducibile sarebbero stati recuperati immagini e materiali ritenuti dagli inquirenti inequivocabili per contenuto e simbologia. Fotografie di combattenti armati, indicati come «martiri», tra cui Mahmoud Atta al-Harbawi, affiliato alle Brigate Izz al-Din al-Qassam e morto nel 2017. File e immagini con riferimenti espliciti a Hamas, alle sue strutture militari e ai leader del movimento. Scatti di bambini in uniforme con le insegne di Hamas. E ancora: richieste di donazioni destinate alle famiglie di Gaza, corredate dal logo dell’organizzazione islamista.
Il materiale più delicato, però, arriva dal server dell’associazione. Nell’ordinanza di arresto, il gip Silvia Carpanini scrive del rinvenimento nel cloud di due inviti a partecipare a eventi riconducibili alle Brigate al-Qassam. Tra questi, uno relativo alla commemorazione di Mohamed Zouari, ingegnere aerospaziale tunisino affiliato alla stessa ala militare, ucciso a colpi d’arma da fuoco nel 2016 a Sfax. Il nome di Zouari, annotano gli inquirenti, compare anche nell’archivio di backup delle immagini conservate sul telefono di Hannoun, a rafforzare - secondo l’accusa - la continuità del riferimento simbolico e ideologico.
La patacca dell’aiutino israeliano ai pm
Sarebbe bastato leggere l’ordinanza di arresto di Mohammad Hannoun e degli altri presunti fiancheggiatori di Hamas...C’è poi un passaggio che, per la Procura, segna il punto di contatto più diretto tra narrazione, militanza e sostegno economico. Si tratta del salvataggio di una cronologia WhatsApp del 29 gennaio 2016, relativa a una chat alla quale partecipano Hannoun e altri due soggetti. Il dialogo fa riferimento alla morte di sette appartenenti alle Brigate al-Qassam, rimasti uccisi nel crollo di un tunnel in costruzione a Gaza. In quel contesto Hannoun, parlando- secondo l’interpretazione degli investigatori- delle famiglie palestinesi e della necessità di aiutarle economicamente, scrive: «Non basta che sacrifichino i loro figli e i loro giovani per la nostra dignità e i nostri luoghi sacri, proteggiamo almeno le loro spalle e alleviamo il loro dolore».
Dal solo cellulare di Hannoun, infine, emergerebbero ulteriori immagini ritenute significative: l’invito e le fotografie di un evento organizzato da Hamas per il ventinovesimo anniversario della sua fondazione, al quale - secondo gli atti - avrebbe partecipato anche con la figlia Jinana e altri due soggetti. Ci sono poi scatti che lo ritraggono sotto uno striscione di Hamas; fotografie insieme ad Ali Baraka, alto dirigente del movimento, con la moschea di Al-Aqsa sullo sfondo; e immagini di gruppo con la moglie e la figlia accanto ad altri esponenti di vertice, tra cui Khalil al-Hayya, vice del sanguinario Yahya Sinwar.
Sul piano cautelare, intanto, la posizione di Hannoun si è ulteriormente irrigidita. La gip Silvia Carpanini, accogliendo il parere negativo del pm Marco Zocco, ha respinto la richiesta di colloquio in carcere avanzata dai familiari dell’indagato. Il diniego è stato motivato dal fatto che i parenti risultano a loro volta coindagati e che permangono, allo stato, esigenze investigative. Nella stessa giornata ad Hannoun, detenuto nel carcere di Genova e visitato da uno dei suoi difensori, l’avvocato Emanuele Tambuscio, è stato negato anche il tappetino per la preghiera e il Corano richiesto per l’uso personale, poiché la copertina rigida del testo sacro non sarebbe risultata conforme al regolamento penitenziario. È stato inoltre disposto il prossimo trasferimento dell’indagato in un istituto dotato di sezione di alta sicurezza, verosimilmente Ferrara o Alessandria.
Le ricadute dell’inchiesta si sono riflesse anche sulle misure di sicurezza esterne. Dopo gli arresti, il Tribunale di Genova è stato posto sotto vigilanza fissa, con un presidio continuativo di carabinieri, polizia e guardia di finanza all’ingresso del palazzo di giustizia per il timore di possibili ritorsioni. Sul fronte investigativo, non si escludono nuovi interrogatori: due degli arrestati, Rael Al Salahat e Abu Deiah Khalil, hanno manifestato la disponibilità a rendere ulteriori dichiarazioni. Vuoteranno il sacco?




