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Morte di Domenico, un buco di 45 giorni prima dell'Heart team

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lunedì 23 febbraio 2026
Morte di Domenico, un buco di 45 giorni prima dell'Heart team

2' di lettura

La morte del piccolo Domenico, il “bimbo del Monaldi”, continua a sollevare interrogativi dolorosi e ancora senza risposta. L’inchiesta aperta dalla magistratura punta a chiarire cosa sia accaduto dopo il trapianto di cuore del 23 dicembre all’Ospedale Monaldi e, soprattutto, se vi siano stati ritardi o omissioni nella gestione clinica. Dopo il fallimento dell'’intervento e il decesso del piccolo paziente si apre un periodo cruciale. Ed è proprio qui che emergono i primi dubbi.  Il numero degli indagati è passato da sei a sette, si è aggiunta una dirigente medica del Monaldi.

La prima riunione ufficiale dell’Heart Team per valutare in modo collegiale le condizioni del bambino viene convocata soltanto il 6 febbraio, 45 giorni dopo il trapianto fallito. A quell’incontro, secondo quanto riferito dal medico legale Luca Scognamiglio, nominato dalla famiglia, partecipano inizialmente solo i medici curanti di Domenico. L’11 febbraio il confronto viene allargato ad altri specialisti del Monaldi. Solo il 18 febbraio arrivano al capezzale del piccolo alcuni tra i massimi esperti provenienti dai principali centri trapianti italiani. Dopo aver esaminato il caso, escludono categoricamente la possibilità di un secondo trapianto di cuore, stimando le probabilità di successo inferiori al 10%.

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È in questo arco temporale di 45 giorni che si concentra gran parte delle domande. Per la famiglia, quel tempo avrebbe avuto un peso decisivo. L’avvocato Francesco Petruzzi sottolinea un aspetto tecnico rilevante: Domenico è rimasto collegato all’Ecmo (ossigenazione extracorporea a membrana) per 45 giorni, mentre la letteratura medica indica generalmente un limite massimo di utilizzo tra i 20 e i 30 giorni. Un prolungamento che, secondo la tesi difensiva, avrebbe progressivamente ridotto la finestra terapeutica disponibile per valutare alternative. Tra queste viene citato anche il Berlin Heart, un cuore artificiale utilizzato nei pazienti pediatrici in attesa di trapianto. Secondo il legale della famiglia, se fosse stato impiantato in tempo, avrebbe potuto consentire al bambino di resistere più a lungo e di avere una possibilità concreta di ricevere un nuovo organo. Naturalmente, si tratta di ipotesi che dovranno essere verificate dagli accertamenti tecnici disposti dalla magistratura. Saranno le perizie a stabilire se la gestione clinica sia stata coerente con le linee guida e se le scelte effettuate in quelle settimane siano state obbligate dalle condizioni del piccolo oppure se vi fossero margini per interventi diversi e più tempestivi. Al momento restano il dolore di una famiglia che chiede verità e giustizia e una serie di interrogativi ancora aperti.

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