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Domenico, scomparso il diario di perfusione: Monaldi, ombre nere

di Claudia Osmettilunedì 23 febbraio 2026
Domenico, scomparso il diario di perfusione: Monaldi, ombre nere

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«Non dovevi diventare una notizia, dovevi diventare grande». Poco fuori la casa di Domenico e mamma Patrizia Mercolino, a Nola, qualcuno ha attaccato uno striscione scritto a mano, in stampatello, con la vernice blu. Da qualche ora, in quell’altarino improvvisato e protetto da una semplice transenna, si fermano conoscenti della famiglia, passanti, gente che fino a un paio di settimane fa non sapeva nulla del bimbo col cuore “bruciato” e che però, adesso, intende lasciare un piccolo messaggio, un segno di solidarietà a quella donna coraggiosa e dignitosa che per due mesi non si è persa d’animo nemmeno un secondo. C’è chi porta un fiore, chi accende un piccolo cero, chi lascia un orsacchiotto e chi, semplicemente, si ferma il tempo di una preghiera, del segno della croce e di un requiem a occhi bassi, col groppo in gola e il viso tirato.

Il paesotto di Nola è sconvolto. Ha già annunciato il lutto cittadino per il giorno dei funerali, nonostante non siano ancora stati fissati dato che prima bisogna attendere l’autopsia disposta sul corpicino di Domenico. Lui, Domenico Caliedo, due anni e mezzo appena, piccolo, piccolissimo, coi capelli color dell’oro e gli occhioni scuri, morto per una catena di errori inimmaginabili, che ha resistito per 59 giorni attaccato ai tubicini dell’Ecmo, il macchinario per l’ossigenazione extra-corporea, che ha commosso mezza Italia e straziato l’altra metà, per cui, ora, dopo l’epilogo infausto di questa vicenda senza senso, la priorità è solo una: ottenere giustizia.

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All’ospedale Monaldi di Napoli, il nosocomio dove è cominciato (e finito) tutto, dove Domenico è stato ricoverato poco prima di Natale, quando a mamma Patrizia è stata annunciato il regalo più bello che, però, di lì a qualche ora, si è tramutato nell’incubo che nessun genitore vorrebbe mai vivere, la scena è la stessa che a Nola. Fuori, sul piazzale, poco dopo la cancellata dell’ingresso è un via vai continuo. Arriva una coppia di ragazzi, sono fidanzati, sono stremati. Un padre assieme a un figlio scuote la testa e si ferma per un istante. Un uomo in bicicletta non trattiene le lacrime. Non fiata nessuno, c’è un silenzio irreale per una Napoli sempre vivace, sempre attiva. In un angolo sono stati deposti alcuni palloncini. «Domenico perdonaci», recita uno di questi.

È il senso di umanità, è la rassegnazione che piano piano scivola nella rabbia (legittima) e nell’incredibilità (comprensibile). È la compartecipazione di una comunità che non si dà pace, non se ne capacita, non vuole dimenticare questo frugoletto con un’età che si contava ancora in mesi e che di colpe non ne aveva neanche mezza. Se però fuori dal Monaldi la situazione è questa, dentro l’andirivieni è di tutt’altra natura. Dopo aver passato quasi tutta la giornata di sabato al nosocomio, anche domenica i carabinieri del Nas varcano la soglia della struttura. D’altronde mamma Patrizia è stata chiara fin da subito: «Voglio giustizia, io ho la coscienza pulita e loro no. Dovranno vergognarsi per avermi guardata negli occhi. Qualcuno deve pagare». Non è vendetta, non è rancore: è che è giusto così, è che questa storia è talmente surreale, talmente assurda, che non può terminare qui, in un gelido fine settimana di febbraio, come se fosse successo un banale sbaglio e basta.

Sta indagando, per fortuna, la procura di Napoli: ha già staccato sei avvisi di garanzia per omicidio colposo, la platea degli indagati potrebbe aumentare nei dì a venire e potrebbe coinvolgere anche il personale sanitario del San Maurizio di Bolzano. Ma sta cercando di fare il punto anche l’avvocato dei Caliedo, Francesco Petruzzi, e nella sua ricostruzione c’è qualcosa che non torna: «Dalla cartellina clinica di Domenico», dice, «che ci ha inviato il Mondaldi manca il diario di perfusione, ossia il tracciato della circolazione extra-corporea che dimostrerebbe il momento esatto in cui al bambino è stato tolto il suo cuore prima di impiantare quello danneggiato». Non è un dettaglio da poco.

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Nella catena di errori e scivoloni di questo tristissimo episodio sono tre le grosse domande a cui manca una risposta: uno, perché non è stato utilizzato un contenitore di ultima generazione per trasportare l’organo da Bolzano a Napoli?; due, perché è stato trattato con del ghiaccio secco?; tre, perché quando si è capito che quel cuore era congelato a Domenico era già stato espiantato il suo? «Le varie fasi sono descritte cronologicamente ma manca il minutaggio preciso», continua Petruzzi che oggi andrà «in procura per segnalare questa anomalia e chiedere che anche i magistrati acquisiscano questo documento se non l’hanno già fatto». Il legale è infatti atteso dal procuratore aggiunto che coordina l’inchiesta (Antonio Ricci) e depositerà anche la nomina dell’anatomopatologo di parte che parteciperà all’esame autoptico.

Per ora gli indagati sono il primario di Cardiochirurgia del Monaldi Guido Oppido (è lui che ha fisicamente eseguito il trapianto), i cardiochirurghi Gabriella Farina, Vincenzo Pagano, Mariangela Addonizio ed Emma Bergonzoni e l’anestesista Francesca Blasi. A loro sono stati sequestrati i cellulari in modo da poter controllare le comunicazioni che si sono scambiati durante il trasporto del cuoricino e l’operazione che ha subìto Domenico.

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