Potresti incrociare Roberto Ferri tra i vicoli di Trastevere un martedì mattina qualunque nei giorni di Pasqua, mentre beve un caffè, senza sospettare che quell’uomo di appena 48 anni è colui che ha dipinto il ritratto ufficiale di Papa Leone. Ma è giusto che si sappia. Si deve sapere, soprattutto per il coraggio di un uomo così giovane di aver dedicato la vita, nella più pura normalità, a una missione così alta: declinare nel presente la lingua antica della pittura, aiutandoci a comprenderla nella continuità, poiché va ricordato: solo la grande arte trova traduzione in ogni versione del presente. Ed è questo a essere degno di nota, oltre a una maestria tecnica che ha già trovato molteplici conferme, da Vittorio Sgarbi, che molto ha creduto in lui, sin dai tempi della Via Crucis realizzata da Ferri per la Cattedrale di Noto, a Claudio Strinati, che lo definisce un «elegiaco cantore di un universo visivo».
C’è un ritmo jazz in questa sua eversiva normalità. Ferri non urla, non cerca la provocazione, non scade, non rende il Barocco sterile citazionismo, anzi lo eleva nel colore, nelle forme, nel significato. Mentre il mondo dell’arte contemporanea, spesso, soffoca per cercare il colpo ad effetto, lui rallenta, studia la caduta della luce sulla seta come farebbe un vecchio maestro del Seicento, ma con la sensibilità di chi vive il caos del 2026. Quando ha realizzato il ritratto di Papa Francesco, nel 2014, e poi quello di Leone XIV, consegnato personalmente al Pontefice qualche giorno fa e annunciato tramite i suoi social, poi sistemato nella Sala delle Congregazioni, Ferri non ha cercato l'agiografia rassicurante ma l’uomo. Ha dipinto il peso della porpora e la fragilità della carne, lo sguardo che scruta l’Eterno e le mani che reggono il peso del mondo. Non è un’operazione nostalgica: è una sfida lanciata al presente.
Sanremo 2026, indiscrezioni su Leone XIV: con chi lo guarda, per chi tifa
A poche ore dall'inizio, l'edizione 2026 di Sanremo potrebbe avere un telespettatore d'eccellenza: Papa Leon...Ferri ci sta dicendo che la bellezza non è una scenografia sterile e impolverata sullo sfondo delle nostre giornate mentre andiamo al lavoro, ma una forza viva, capace ancora di parlare al cuore del nostro tempo. Sfogliando i suoi social emerge la cronaca di una resistenza estetica. Non c’è la boria dell’intellettuale organico, ma l’orgoglio di chi sa che la tecnica benedetta dall’intelletto è la forma più alta di libertà. Il suo coraggio sta nel non aver ceduto alle sirene del “concettuale a ogni costo”. Ferri ha riportato la pittura sacra a essere carne, sudore e spirito, ricordandoci che per toccare il cielo bisogna avere i piedi ben piantati nel fango della realtà. È un’aristocrazia dello spirito che si consuma tra i pigmenti e l’olio di lino, un miracolo che accade ogni volta che il suo pennello tocca la tela. E sapere che dietro quelle opere c’è un uomo che potresti chiamare per nome lungo un viale, rende tutto questo ancora più prezioso. Più vero.




