Le femministe vanno in piazza contro Trump. E si scordano le donne iraniane oppresse dal regime degli ayatollah. Un paradosso che però, ormai, non stupisce più di tanto. L’odio verso il presidente americano ha preso il sopravvento, tanto da impedire a qualcuno di riconoscere i suoi veri nemici. “Non Una Di Meno”, sigla storica dell’universo femminista, si sta preparando a un «weekend lungo» di mobilitazione. Prima, l’8 marzo, le consuete manifestazioni per la Festa della donna, poi, il 9 marzo, lo sciopero generale al grido di «le nostra vite valgono». Queste giornate «di lotta», si legge in una nota, saranno l’occasione per sottolineare l’opposizione di “Non Una Di Meno” «alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica, rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra».
E poi: «La propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabili e povere». Ecco, possiamo certamente rilevare che, in questo comunicato, l’associazione fa il solito grande minestrone, mettendo insieme tante cose diverse senza riuscire a spiegare in modo chiaro la sua posizione. Ma vabbè, non vogliamo fare troppo i pignoli. Anche perché, a dirla tutta, la parte più surreale arriva dopo. Eccola qui: «Scioperiamo. Contro la guerra all’Iran e i bombardamenti sul Libano, fuori da ogni legalità internazionale, che stanno provocando un’escalation dagli esiti imprevedibili. Contro l’utilizzo delle basi italiane ed europee e qualsiasi coinvolgimento italiano nel conflitto». Gran finale: «Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero globale transfemminista, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo e dai ruoli di genere, per fermare la guerra». Bene. Al netto dello «sciopero globale transfemminista», del lavoro «produttivo e riproduttivo» e dei «ruoli di genere», “Non una di meno” prende posizione anche sulla guerra. Schierandosi contro l’intervento americano.
La formula è sempre quella di condannare sia il regime sia l’asse Usa-Israele, di fare appello al diritto internazionale e di mostrarsi preoccupati per il rischio di un’escalation. Ma queste sono frasi che vanno bene per i deputati del Partito democratico o i giornalisti di Repubblica. Una femminista, invece, non può non pensare, diremmo come prima cosa, alla situazione delle donne sotto il regime islamico. Il problema di quelle donne non è certamente Trump, ma è, oggi come ieri, il sistema di potere degli ayatollah. Donald, casomai, è l’unico che quel sistema di potere potrebbe farlo cadere... La stessa cosa, visto che si parla di transfemminismo, vale per le persone gay, che in Iran rischiano la fustigazione e la pena di morte (anche se, va detto, il cambio di sesso a Teheran è legale...). E allora, ecco, sarebbe bello, l’otto marzo, ricordare che in Iran tante ragazze hanno sfidato il regime togliendosi il velo e ballando in strada. Lo hanno fatto anche per festeggiare la notizia dell’attacco di Usa e Israele, nella speranza che possa portare alla caduta degli ayatollah. Perché i nemici delle donne sono loro. E almeno in questi giorni bisognerebbe avere il coraggio di dirlo...




