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Più liberi a destra: ecco cosa insegna la vicenda della Biennale di Venezia

C’è vita soprattutto fra gli intellettuali che ragionano e provano a dare una risposta nientemeno che a un quesito che ha una storia lunga quanto tutta l’età moderna
di Corrado Oconemercoledì 18 marzo 2026
Più liberi a destra: ecco cosa insegna la vicenda della Biennale di Venezia

3' di lettura

A destra c’è vita. E c’è vita soprattutto fra gli intellettuali che discutono, forse anche litigano, che ragionano e provano a dare una risposta nientemeno che a un quesito che ha una storia lunga quanto tutta l’età moderna: la cultura è autonoma dalla politica e fino a che punto questa autonomia può spingersi senza contraddire sé stessa? Se si guardano le cose in un’ottica storica, metapolitica, seria, è questo il senso ultimo della vicenda che vede protagonisti in queste ore, su diverse sponde, due intellettuali colti, raffinati, non banali, mai conformisti, quali Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, che si trovano alla testa, rispettivamente, del Ministero della Cultura e della Fondazione Biennale di Venezia...

Certo, ai media piace buttarla in caciara, soffermandosi sugli aspetti esteriori del contendere, che pure hanno ovviamente la loro importanza. E alle forze di opposizione fa gioco vedervi chissà quale frattura nel governo, se non addirittura, come pure si è letto, una finale “resa dei conti” a destra fra opposte fazioni. Nessuno, o quasi, che si sia dimostrato invece all’altezza del contendere, confrontandosi coi dilemmi politici, culturali, persino etici, che l’episodio solleva e che potrebbero essere l’occasione per un confronto di alto spessore ed esso sì profondamente culturale. A destra, come a sinistra. Un tempo non sarebbe stato così.
Ad inizio Novecento, ad esempio, i fatti della politica erano l’occasione da cui maturavano confronti dialettici, polemiche, riflessioni di alto spessore, pagine e pagine di riviste e fogli di vario tipo in cui si facevano le ossa giovani e meno giovani cultori delle umane lettere.

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Segno dei tempi, ma anche della degenerazione in cui la cultura dominante ha finito per soccombere con il predominio prima dell’intellettuale organico e poi, oggi di un intellettuale attivista, quasi un influencer, sempre pronto a sacrificare il ragionamento e le argomentazioni all’appartenenza, alla volontà di intrupparsi, cioè di farsi riconoscere dalla propria compagnia di giro, da chi “sta dalla parte giusta”, cioè i “migliori”. La crisi della cultura, almeno di quella mainstream, la sua scarsa vivacità, l’incapacità a rinnovarsi, sta tutta qui. E qui sta la perdita del peso e dell’influenza, dell’autorevolezza, che un tempo l’intellettuale aveva nel discorso pubblico. Ove non c’è polemos, ove la dialettica manca, la cultura langue. Venendo allo specifico del confronto di questi giorni, in molti hanno insistito sul fatto che la cultura deve essere libera e quindi non soggiacere alle esigenze della politica. Una posizione corretta, ma non assoluta.

Luigi Einaudi diceva che ogni valore, anche il più nobile, se supera un “punto critico”, tende a trasformarsi nel suo contrario. Può essere considerata libera un’arte espressione diretta di un regime non libero, un’arte ridotta a propaganda di regime? Certo, spesso i liberi pensatori, dietro un’adesione formale alle direttive del regime, hanno disseminato nelle loro opere elementi di dissenso rintracciabili attraverso una opportuna “ermeneutica della reticenza” come la chiamava Leo Strauss. Ma altre volte essi si sono conformati per servilismo alle rigide regole stabilite dai minculpop o dagli Zdanov di turno. Se non altro, bisognerebbe fare questa distinzione. È poi evidente che anche per la cultura, come per ogni attività umana, l’autonomia non può significare isolamento e autoreferenzialità. L’intellettuale è un cittadino, e in democrazia lo è come gli altri: non gode di particolari privilegi. La politica estera non può farla la cultura. Le questioni sono, come si vede, tante, radicali, profonde. Che di esse si torni a discutere, dopo annidi piatto conformismo, è un bene. Ed è un merito della destra, anche se forse non se ne è ancora del tutto consapevoli.

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