«Il disturbo schizoide della personalità non contempla automaticamente la violenza. Anzi, i casi violenti sono rari». Massimo Cozza, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2, e componente dell’Osservatorio sulla Tutela della salute mentale del Ministero della Salute, parte da qui per leggere il caso di Salim El Koudri, il 31enne di origini marocchine che sabato a Modena ha investito più persone seminando il panico in strada e che oggi resta in carcere nonostante una diagnosi psichiatrica già nota ai servizi sanitari.
Una vicenda che ha immediatamente riacceso il dibattito sul rapporto tra malattia mentale e violenza. Ma Cozza invita alla prudenza: «La violenza è una condizione umana, non una conseguenza automatica della malattia mentale». Il punto, spiega, è esattamente questo. «Una persona può avere anche un disturbo psichiatrico importante e commettere un reato per motivi completamente scollegati dalla patologia. Ed è probabilmente questo il ragionamento seguito dalla gip che ha deciso di lasciare il trentunenne in carcere, senza disporre un immediato trasferimento in una struttura psichiatrica».
«Il magistrato – spiega Cozza – ha l’ultima parola. Legge prima relazioni cliniche, cartelle, perizie, ma alla fine valuta se quel reato sia stato determinato o meno dal disturbo mentale. L’associazione non è automatica». In altre parole, avere una diagnosi non basta. Bisogna dimostrare che proprio quella patologia abbia inciso direttamente sulla capacità di intendere e volere al momento dei fatti.
«Se una persona sente voci che le ordinano di uccidere e agisce in quel contesto, allora il collegamento è diretto. Ma se una persona con un disturbo psichiatrico commette un reato, bisogna capire perché lo abbia fatto. Potrebbero esserci altre motivazioni del tutto dissociate dalla malattia». Cozza entra poi nel merito della diagnosi attribuita al giovane. «Il disturbo schizoide della personalità non è la schizofrenia. Non siamo davanti al quadro più grave in psichiatria». Si tratta, spiega, di persone spesso isolate, introverse, chiuse. «Parliamo di soggetti che tendono a stare da soli, quasi “lupi solitari”, spesso percepiti come distaccati. Ma è raro che questo disturbo sfoci in comportamenti violenti».
La letteratura scientifica, aggiunge, racconta altro rispetto all’equazione “malattia mentale uguale pericolosità”. «Gli studi più seri degli ultimi anni dicono che meno del 5% delle persone con disturbi mentali importanti commette reati nell’arco di cinque-dieci anni. E altre ricerche mostrano che il rischio aumenta soprattutto in presenza di abuso di alcol o droghe, oppure dopo traumi infantili e situazioni di forte stress».
Anche per questo, secondo lo psichiatra, il fatto che i familiari non avessero percepito un aggravamento evidente delle condizioni del trentunenne pesa nella valutazione complessiva. «Se i genitori non si erano accorti di un peggioramento importante, significa probabilmente che non ci trovavamo davanti a una situazione clinica eclatante». C’è poi il tema delle cure interrotte. Il trentunenne, disoccupato nonostante una laurea, aveva smesso di seguire la terapia nel 2024. Ma anche qui Cozza ridimensiona il legame automatico. «Nel disturbo schizoide non esiste il farmaco risolutivo. I medicinali vengono usati soprattutto per aspetti collaterali, per contenere ansia o tensioni. Da quello che emerge, si trattava di ansiolitici, non di terapie pesanti». E aggiunge: «Se quei farmaci fossero stati davvero determinanti, avrebbe avuto una crisi molto prima. Non due anni dopo».
Per lo psichiatra, la chiave resta nella complessità dei singoli casi. «Ogni storia personale è diversa. Il disturbo mentale oggi viene letto con il modello biopsicosociale: ci sono fattori biologici, psicologici e sociali che si intrecciano». Possono esistere anche episodi transitori. «Una persona isolata, sottoposta a eventi stressanti, può attraversare momenti confusionali, avere percezioni alterate o idee deliranti. Ma sono fasi temporanee, che durano giorni o settimane. Non sappiamo se questo sia accaduto anche qui». Adesso saranno decisive le perizie. «Il nodo – conclude Cozza – è capire se al momento dei fatti fosse capace di intendere e di volere. Ma in psichiatria non esistono marcatori biologici certi. Per questo, nei casi più complessi, anche gli esperti possono arrivare a conclusioni differenti».