«Un vaso di Pandora», lo definisce chi lo ha potuto esaminare nelle scorse ore. Una miniera di carte, migliaia di fogli che raccontano la storia sconosciuta dell’indagine di Garlasco, l’inchiesta parallela condotta dai Ris di Parma dei carabinieri a partire dal 2007 sulla morte di Chiara Poggi: indagine diretta dalla Procura di Pavia, ma sfuggita in larga parte al suo controllo. E che ora, a distanza di quasi vent’anni, racconta il meccanismo messo in atto fin dall’inizio non solo per incastrare Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara, ma per appiccicargli addosso l’immagine del colpevole perfetto.
Ma intanto dalle stesse carte emergono anche documenti sconcertanti sulla scomparsa di reperti fondamentali dell’inchiesta affidati alla custodia dei Ris: dalle unghie di Chiara, all’intonaco della famosa impronta 33, ai fluidi di analisi della stessa impronta distrutti sei anni prima dell’autorizzazione dei giudici. Tutto in discarica nel 2016.
IN DISCARICA
A segnare l’ennesima svolta del giallo infinito di Garlasco è la scoperta che i carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, titolari della nuova indagine, compiono il mese scorso, quando vanno a perquisire la sede del Ris. Colleghi che indagano su colleghi, e già questo la dice lunga sul clima che si respira. Quella mattina, i Cc milanesi hanno in mano l’ordine di esibizione firmato dal procuratore aggiunto Stefano Civardi. Non è un caso che nel corso dei primi interrogatori di ufficiali ed ex ufficiali del Ris Civardi si sia fatto dare indicazioni precise anche sulla distribuzione degli uffici, dei reparti, delle scrivanie nel prestigioso palazzo che ospita la branca scientifica dell’Arma. Civardi è convinto che lì, a Palazzo del Giardino, si trovi la risposta a parte delle sue domande sui condizionamenti da parte del Ris delle indagini su Garlasco: a partire dalla scoperta, nei dati grezzi dei computer del reparto, delle analisi secondo cui sui pedali della bici di Stasi non c’era traccia del Dna di Chiara. La scoperta non venne mai comunicata a nessuno, e Stasi si prese sedici anni di carcere.
I carabinieri mandati da Civardi vanno quasi a colpo sicuro, ma quel che trovano va aldilà delle maggiori aspettative. Portano via quattro faldoni di materiale, quattro grandi raccoglitori di documenti cartacei. Tra questi, il primo a saltare all’occhio è un documento di una dozzina di pagine sulla carta intestata di una criminologa piemontese, Alessandra Bramante, senza firma e senza data, intitolato “valutazione psicologica”. L’oggetto è lui, Alberto Stasi, colpevole designato dell’inchiesta del 2007. La Bramante non ha mai incontrato Stasi, la sua valutazione si basa solo su tre interrogatori che il giovane ha reso tra il 13 agosto poche ore dopo la scoperta del corpo senza vita di Chiara - e il 24 agosto. Sono interrogatori ormai arcinoti, ma che all’epoca delle prime indagini sul delitto erano coperti da segreto. E che qualcuno ha passato alla criminologa per realizzare le sue analisi. Chi ha consegnato le carte alla Bramante e, soprattutto, chi le ha dato l’incarico? La spiegazione più ovvia, per gli inquirenti, viene dal posto dove sono stati trovati: la sede del Ris, i quattro faldoni del “vaso di Pandora”. Così anche questa scoperta finisce ad alimentare i sospetti che nella fase iniziale delle indagini il reparto comandato all’epoca da Luciano Garofano si muovesse con logiche tutte sue: forse per aggirare gli ostacoli venuti dal pm Rosa Muscio, che respingeva a ripetizione una serie di accertamenti proposti dal colonnello e dal suo staff.
VALUTAZIONE
La “valutazione psicologica” della Bramante non viene consegnata a nessuno: né ai pm, né alle difese. Arriva solo lì, nella caserma dei Ris, e lì si ferma. La criminologa attribuisce al bocconiano «tendenza narcisistica», «manipolatore», «mancanza assoluta di emozioni (positive o negative)», «molto centrato su di sé», «tendenza al controllo anzi all'ipercontrollo». A Stasi viene rinfacciata dalla criminologa «indifferenza estrema nei confronti della vittima come se neppure la conoscesse». Sono le prime tessere di un puzzle che andrà a comporre per anni il ritratto di un colpevole perfetto, il gelido Stasi. Perché Ris non lo depositano, anche se è funzionale alla loro teoria? Due ipotesi: perché hanno reclutato la Bramante in autonomia, scavalcando la Procura; o perché si rendono conto che la criminologa è andata oltre il seminato, dipingendo sulla base solo di testi scritti e probabilmente di una chiamata di pochi secondi, l’allarme di Stasi al 118, un ritratto che avrebbe richiesto approfondimenti ben più diretti. Ma la “valutazione” della Bramante è solo uno, e tra i meno eclatanti, delle rivelazioni offerte dai quattro faldoni scovati da Civardi e dai carabinieri milanesi negli uffici del Ris. Secondo una relazione del colonnello Matteo Donghi, i reperti affidati ai Ris vennero messi un freezer poi dismesso: e la loro sorte finale «è stata quella di uno smaltimento collettivo, cioè effettuato unitamente alle provette di altri procedimenti penali». Le prove di Garlasco finirono in discarica.