Il fuoco arde, pronto a divorare e consumare, una fiamma restituita al suo calore, che sembra di poter percepire: è uno dei momenti più difficili della vita di Francesco d’Assisi; si trova davanti al Sultano, il quale non gli chiede più discorsi convincenti sul cristianesimo e sul “vantaggio” di seguire Cristo e il suo Vangelo anziché Maometto e il Corano. Gli dice espressamente: se veramente il tuo Cristo è così potente allora tu non hai niente da temere dal fuoco. Non è una scena edificante, è un momento di prova durissimo, Francesco può fare una cosa sola, e la fa: si affida completamente a Dio.
La pennellata drammatica di Giotto racconta la scena non con l’alone di edificazione, ma come testimonianza e insieme cronaca. E tutto riacquista ora la forza originale grazie al restauro delle Storie di San Francesco, nella Cappella Bardi della meravigliosa basilica di Santa Croce a Firenze.
SCIENZA E INDAGINI
Una complessa ed efficace operazione, tra indagini scientifiche e interventi conservativi, che mette in luce l’intensità espressiva, la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto e del suo rapporto con quello reale che hanno reso la pittura giottesca innovativa, ai suoi tempi, ed eterna, sino ai nostri.
A Firenze ieri è stato presentato il risultato di quattro anni di lavori sui preziosi dipinti murali di Giotto, con Alessandro Tortorella, direttore del Fondo Edifici di Culto del ministero dell’Interno, insieme a Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce, Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, padre Franco Buonamano, rettore della basilica, Carlo Sisi, nel CdA della Fondazione CR Firenze e Dominique Marzotto, presidente di Arpai (Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano).
Nell’anno in cui si celebra l’ottavo centenario del Transito di Francesco d’Assisi le sei scene della cappella, che fanno riferimento alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, descrivono i momenti cruciali della vita di Francesco: la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.
Non solo colori e dettagli che tornano a possedere una vera luce, ma reali scoperte: un “disegno nascosto” emerge in tutta la sua complessità. Per la prima volta le incisioni, le linee preparatorie e i tracciati utilizzati dall’artista per costruire lo spazio sono stati oggetto di una mappatura digitale complessiva, permettendo di seguire la progettazione della scena direttamente sulla parete.
La pulitura della volta ha restituito anche dettagli prima illeggibili o fraintesi delle Virtù Francescane, in particolare dell’Obbedienza e della Castità. Sono ora più evidenti le differenze tecniche e stilistiche tra Giotto e gli altri pittori attivi nel cantiere, utili per comprendere l’organizzazione della bottega e il ruolo della Cappella Bardi come luogo di sperimentazione delle novità che avrebbero segnato la pittura dei decenni successivi, un vero e proprio incubatore di sperimentazioni. Il restauro conferma infatti un dato noto ma oggi più evidente: sul ponteggio, sotto il coordinamento di Giotto, lavorarono diversi pittori e le differenze tecniche e stilistiche sono ora più evidenti e fanno comprendere la dinamica del cantiere.
PUBBLICO E PRIVATO
Per la prima volta, con Giotto e il suo “team”, nella pittura occidentale entra il paesaggio, la costruzione dello spazio, quello monumentale - le mura, le torri, le facciate delle chiese – e quello intimo, privato, delle stanze, delle botteghe, delle stalle... Ci sono lacrime e sofferenze, dipinte da vicino: la scena della morte di Francesco mette in tutta la carnale evidenza il dolore dei suoi compagni, la volontà di trattenere il corpo nella stretta di una mano.
La nuova pulitura, condotta in alcuni punti anche con l’ausilio della tecnologia laser, ha dovuto affrontare questioni meno visibili per i non esperti ma altrettanto cruciali, per individuare e consolidare le zone più fragili: fratture nelle pareti laterali, aree a rischio di caduta dell’intonaco, sollevamenti e distacchi della pellicola pittorica, rimossi depositi e materiali alterati e vecchie stuccature sintetiche, risalenti al precedente restauro, sostituite con impasti più compatibili con gli intonaci originali.
Perché la storia di questo capolavoro assoluto è anche la storia delle sue rovine, delle manomissioni, degli effetti del tempo e delle sciagure. Il ciclo viene commissionato all’inizio del Trecento con tutta probabilità da Ridolfo dei Bardi, membro della potente famiglia di banchieri fiorentini. Da allora, dagli anni tra il 1317 e il 1321 in cui si presume abbia operato nella basilica francescana il grande artista, la cappella ha subito alterazioni diverse, compresa un’imbiancatura a calce, intorno al 1730, quando le pitture murali di Giotto non sono più ritenute “di moda” e non incontrano il gusto del tempo. Scorrono gli anni e i secoli, la polvere si accumula, si staccano gli intonaci, e persino la devastante alluvione del 1966. La Cappella Bardi rimane comunque al suo posto, attirando milioni di sguardi estasiati, e la luce di Giotto torna a dare forma alla grandezza di Francesco.



