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Eurofregatura firmata Mario: Italia consegnata alla Merkel

Le nuove regole del Trattato obbligheranno i Paesi aderenti a trovare risorse aggiuntive per rispettare gli impegni

Lucia Esposito
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La Gran Bretagna, unico Paese dell'Unione europea,  non ha sottoscritto l'accordo salva-euro firmato ieri dagli altri 26 Stati per quattro motivi principali. Primo. Come ha spiegato il premier britannico David Cameron, Londra non ha nessuna voglia di cedere un'altra fetta della sua sovranità. Firmare un accordo di unione fiscale e di bilancio con regole comuni e sanzioni per chi sgarra, non coincide (per ora) con l'idea che il governo inglese ha della propria indipendenza. Secondo. Cameron non vuole la tassa sulle transazioni finanziarie. Non firmando l'accordo, fa un favore enorme alla City, che diventerà un vero “paradiso fiscale” per quanti fanno molte operazioni, in genere gli speculatori. Terzo. Londra prende le distanze dall'euro. Con la stabilità della moneta unica ha sì dei vantaggi, mantenendo la sterlina però ha le mani libere su svalutazione e quantità di moneta in circolazione. Il dibattito interno se sia o meno il caso di entrare nell'euro, per ora, sembra accantonato. Quarto. Il patto sottoscritto, di fatto, affossa la crescita. Vale per la Gran Bretagna ma vale soprattutto per quei Paesi già prossimi alla recessione. Come l'Italia. Le regole rigidissime a cui dovremo sottostare ci obbligheranno a trovare risorse aggiuntive. Monti dove le pescherà? Il sospetto è che avrà bisogno di mettere le mani nelle nostre tasche, perché le riforme, anche se drastiche, difficilmente faranno ripartire il Pil nel brevissimo termine. Il rischio recessione per Paesi come Italia e Spagna è stato spiegato bene da Simon Tilford, capo economista del “Centre for European Reform” di Londra, che boccia l'accordo: «L'intesa è una brutta notizia - spiega l'analista - si basa essenzialmente sull'austerity che da sola non basta per uscire dalla crisi, anzi peggiorerà le cose». Questo accordo, aggiunge, «è pericoloso e mette l'Italia in una posizione molto difficile perché se il paese per il momento registra un avanzo primario, con l'applicazione delle nuove regole non lo avrà più». Se l'intesa «non viene subito modificata - prosegue - paesi come la Spagna e l'Italia rischiano una profonda recessione». Il sì al nuovo Trattato dei 17 Paesi aderenti alla moneta unica più altri nove dell'Ue, 26 su 27 dunque, fa fare un passo avanti verso un'unione fiscale e un bilancio comune ma non è detto che sia risolutivo per la salute dei conti pubblici di Stati come il nostro. E questo nonostante non tutte le richieste avanzate dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, e dal premier francese, Nicolas Sarkozy, siano state accolte. L'inciucino dunque c'è stato e questo, probabilmente, mitigherà - ma non annullerà di certo - l'impatto dell'accordo sui nostri conti. In particolare salta all'occhio la sordina messa al meccanismo di sanzione automatico chiesto dai due leader per quanti non rispettano il vincolo sui disavanzi eccessivi. Nel documento conclusivo approvato dai 26, risulta infatti che «non appena alla Commissione risulti che uno Stato membro ha superato la soglia del 3%, scatteranno conseguenze automatiche a meno la maggioranza qualificata di Stati membri della zona euro sia contraria». C'è dunque una “interferenza politica” ai meccanismi automatici. I Paesi, se d'accordo, possono sgarrare ed evitare le sanzioni. È passato invece il principio, da inserire nella Costituzione, secondo il quale i bilanci delle amministrazioni pubbliche devono essere in pareggio o in avanzo. Anche in questo caso è stato messo un cuscino sotto il sedere dei Paesi a rischio: «Questo principio si considera rispettato se, di norma, il disavanzo strutturale annuo non supera lo 0,5% del PIL nominale». C'è dunque un margine tollerato. Per quanto riguarda il fondo temporaneo salva-Stati, l'European financial stability facility, resterà attivo fino a metà 2013. Ma, particolare fondamentale, i leader dell'Eurozona hanno deciso di «riesaminare l'adeguatezza del massimale globale dell'Efsf/Esm (il nuovo fondo che sostituirà l'Efsf, ndr) di 500 miliardi di euro nel marzo 2012 e a garantire una capacità di prestito effettiva congiunta di 500 miliardi di euro».  Inoltre entro 10 giorni gli Stati dovranno fornire ulteriori risorse al Fmi fino a 200 miliardi di euro, «nella forma di prestiti bilaterali, per assicurare che il Fmi abbia risorse adeguate per affrontare la crisi». Un salvagente che potrà tornare utile in futuro proprio all'Italia che però dovrà trovare subito nuove risorse per versare la sua quota. di Antonio Spampinato

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