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Palestina, vedova di Arafat vuole darsi alla politica

La donna, descritta come la "Maria Antonietta" del mondo arabo, dopo 7 anni parla sui dubbi dell'avvelenamento del marito

Nicoletta Orlandi Posti
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L'ipotesi di scendere in politica, i dubbi sull'avvelenamento di Yasser Arafat da parte di Israele, l'ammissione di aver sposato l'ex leader dell'Autorità   nazionale palestinese per la sua posizione e di averlo abbandonato nel  momento più duro della sua vita, costretta a farlo. E' così che Suha  Arafat, vedova dell'ex leader palestinese, si confessa in una rara   intervista alla 'Cnn' a sette anni dalla scomparsa di Yasser Arafat, morto di una misteriosa malattia nel 2004. La decisione di parlare dopo anni di silenzio deriva “dalle   ingiustizie perpetrate contro mio marito e contro di me in tutto   questo tempo. Questo mi ha spinto ha parlare degli ultimi giorni di   Yasser, gli ultimi di cui sapete, dopo che io e lui siamo stati descritti come il diavolo. Io sono stata descritta come la Maria   Antonietta del mondo arabo”. Alla domanda se considerasse Arafat un terrorista, Suha risponde  che “no, un terrorista non sarebbe mai stato insignito del Premio Nobel per la Pace. Sapete qual è la differenza tra un combattente per  la libertà e un terrorista. Mio marito non è mai stato un terrorista, era un combattente per la libertà”. La vedova di Arafat   parla poi della sua “coscienza” e lo definisce il “Mandela del mondo arabo, il Mandela della Palestina". Riguardo al processo di pace tra israeliani e palestinesi e alla possibilità di entrare in politica, Suha dice “non adesso. Forse dopo che Zahwa (la figlia, ndr) si è sposata e allora sì, potrei entrare in politica, perchè Yasser Arafat deve avere una continuità”. E racconta di aver “vissuto 20 anni con questo uomo. So come   lavorava e come sapeva raccogliere con il suo fascino e la sua   personalità tutte le persone attorno a lui, tutte le fazioni, tutto il mondo arabo. Vedo la primavera araba e come le persone si stanno   liberando dei loro leader, in Siria, in Egitto, in Tunisia, in Yemen,   dappertutto, ma ancora oggi il popolo palestinese piange la perdita di  Arafat, la democrazia che aveva portato nonostante l'occupazione”   israeliana. “Era un grande leader e il solo che era rispettato e amato   veramente dal suo popolo”, afferma Suha. Per la causa palestinese, prosegue, Arafat “ha speso la sua vita. Anche se non è stato avvelenato, ha pagato con la vita. Non ha più visto sua figlia. Ci disse di andare via perchè non voleva che noi stessimo in Palestina.   Diceva 'non voglio essere protetto da una donna e da una bambina, diranno che sono un codardo e che mi sto proteggendo usando mia   figlià. Tutti dissero 'lei lo ha lasciato', ma io ho dovuto farlo perchè lui mi aveva obbligato ad andare”.

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