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Paragone: Governo ha tradito le piccole imprese del Nord

L'analisi: Pagano più Iva e i costi della riforma Welfare, ma aspettano ancora i soldi dello Stati. Pmi abbandonate

Andrea Tempestini
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L'altro giorno il presidente di Rete Italia Marco Venturi si è sfogato contro il governo per la leggerezza con cui sono trattate le piccole imprese nella trattativa per la riforma del lavoro. E' incredibile come il mondo imprenditoriale più rappresentativo del Paese sfugga all'analisi attenta della politica e della società. Eppure venerdì scorso questo mondo ha pagato una paccata di soldi – uso questo termine così magari il ministro Fornero comprende – per l'iva: è sempre così, quando c'è da pagare e da risanare le casse dello Stato si bussa alla porta dei soliti a prescindere dal fatto che il grosso di questi imprenditori debba pagare l'iva senza aver ancora incassato il dovuto. “Siamo figli di un dio minore” si lamentano agricoltori, artigiani, esercenti. Magari: sono figli di nessuno. In questi mesi abbiamo sentito ripetere in tutte le salse che il rigore e il cambiamento erano necessari per non finire come la Grecia, poi abbiamo letto titoloni su quanto è bravo Mario Monti ad aver abbassato lo spread e infine di quanta credibilità sui mercati internazionali abbiamo guadagnato pellegrinando di piazza affari in piazza affari. Pochissimi commentatori però hanno messo a fuoco 1) né che la spesa pubblica italiana è stata rivista dal governo Monti in modo da tagliare i tanti sprechi; 2) né che il rilancio economico passerà dalle pieghe del Cresci Italia. Quello che manca a questo governo è l'idem sentire culturale con il mondo dei capannoni, con il mondo delle partite iva, con il mondo artigiano, con il mondo agricolo (l'imu alle stalle rasenta la beffa), un mondo quasi sempre “preda” o della politica (il più grande fallimento del centrodestra berlusconiano è non aver dato robustezza alle pmi, nonostante ne fosse l'interlocutore naturale. Ma questo è un discorso che ho già fatto e su cui sono sempre pronto a confrontarmi) o delle banche, che si sono prima allontanate dai distretti per l'effetto delle macrointese successive a Basilea2, e poi, sotto le vesti della finanza, hanno giocato con le imprese in difficoltà, puntando a rivendere per guadagnare anziché affiancare l'imprenditore nella ristrutturazione o nella riconversione. Questo mondo resta spesso solo e nella solitudine consuma anche il dramma estremo di farla finita. Le decine di imprenditori suicidi dall'inizio dell'anno sono accettate dalla politica e da questo governo con imbarazzante leggerezza: nel nordest ci sono appelli a Napolitano e a Monti che restano lettera morta. Domando: che senso ha festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e snobbare la cronaca di chi questo Paese lo ha fatto diventare grande e prestigioso in giro per il mondo. Se è importante il primo fatto, lo è allo stesso modo il secondo eppure né il capo dello Stato né il capo del governo hanno sentito il dovere istituzionale di ascoltare le rivendicazioni di questa gente. Eppure è lo Stato a tradire l'impresa. Lo Stato non paga i lavori pubblici eseguiti dagli imprenditori edili e pur essendo debitore chiede il rispetto di tutti i balzelli altrimenti scattano i meccanismi di Equitalia oltre che l'infamante accusa di “evasore”. Lo Stato non garantisce una giustizia civile capace di assicurare il pagamento delle prestazioni di lavoro (è possibile che stia vincendo la linea del “Non ti pago, fammi causa poi si vedrà”?). Lo Stato ha una tassazione tra le più elevate e di contro offre servizi e infrastrutture non all'altezza. Lo Stato non è competitivo per costo del lavoro, per burocrazia, per politiche creditizie. Uno Stato che se è eccessivo dire sia nemico dell'impresa di sicuro non è amico.  Eppure questo Stato è sempre stato rispettato dagli imprenditori, nonostante tutto. Nel nord la crisi della politica ha sempre questa causa. La Democrazia Cristiana pagò a caro prezzo la delusione degli imprenditori, i quali abbracciarono la Lega e Forza Italia convinti che il federalismo e la rivoluzione fiscale promessi fossero la soluzione all'immobilismo e all'arretratezza italiana. Oggi entrambi i partiti stanno facendo i conti con la stessa insofferenza e la stessa insoddisfazione di allora. Per non dire di Confindustria, la cui pesantezza è pari a quella della Cgil-Cisl-Uil. Sotto la presidenza della Marcegaglia il mondo della media e della piccola impresa è rimasto senza reale rappresentanza. Un giorno un industriale piemontese mi disse: “Che senso ha tenere in piedi un carrozzone fatto solo di riunioni, convegni del menga e poltrone da spartirsi? Ma lì qualcuno ce l'ha ancora una fabbrica dove andare?”. Uno sfogo certo, ma non isolato. L'esperienza di Rete Imprese poteva essere una casa alternativa, ma anche lì i risultati sono assai scarsi. Ai tanti artigiani e ai tanti imprenditori che incontro per il mio programma dico sempre: alzate la voce, fatevi sentire. La risposta per ora è rassegnata: “Lo facciamo dentro i capannoni, da soli. Non abbiamo imparato a uscire ognuno dal proprio cancello”. Sarebbe ora di farlo: cari piccoli, uscite dalla foresta! di Gianluigi Paragone

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