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La Nobel africana per la pace vuole più galera per i gay

La presidentessa della Liberia, Ellen Sirleaf, intende portare da uno a 10 anni la pena per il reato di "sodomia volontaria"

Matteo Legnani
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Il Nobel per la Pace vuole i gay in galera. Potremmo definirlo: il politically correct a geometria variabile. In Europa, Buttiglione non poté diventare Commissario Europeo semplicemente perché aveva detto che secondo lui l'omosessualità era peccato: pur garantendo che avrebbe fatto distinzione tra peccato e legge. Ellen Johnson Sirleaf, presidentessa della Liberia cui il Comitato del Parlamento di Oslo ha deciso di dare l'ultimo Premio assieme a un'altra attivista liberiana e a una yemenita, è stata insignita pur se il Paese cui era a capo gli omosessuali li sbatteva già dentro. Si potrebbe obiettare: non era lei che aveva fatto la legge secondo cui la “sodomia volontaria” è un reato punito con un anno di carcere, ma ce l'aveva trovata. Sì, ma in questo momento i deputati liberiani si stanno muovendo non per abolire questo reato anacronistico, ma perché un anno di carcere gli pare pure troppo poco. Un progetto di legge presentato afferma infatti che qualunque difesa dei diritti dei gay, compresa probabilmente anche quella che con questo articolo sta facendo il pur eterosessualissimo autore di queste note, andrebbe configurata come «promozione di atti sessuali tra persone dello stesso sesso», ed essere dunque soggetta a cinque anni di carcere. Quindi se siete in partenza per la Liberia non fate l'errore di mettervi questo giornale in valigia. Anche «sedurre, provocare o promuovere atti sessuali tra persone dello stesso sesso» o «praticare atti che portino a altra persona dello steso sesso», qualunque cosa possa significare, comporterebbe cinque anni di carcere. E il matrimonio sessuale verrebbe punito addirittura con 10 anni: non è chiaro in che modo si possa compiere un tale reato, visto che ovviamente le nozze gay non sono possibili in Liberia. Verrebbero immediatamente arrestati e processati i turisti stranieri che abbiano approfittato delle leggi che nei rispettivi Paesi di provenienza permettano di fare queste cose? Oppure i 10 anni sono riservati a chiunque si limita a dire che sarebbe giusto permettere la celebrazione di matrimoni tra gay? Forse è il caso di non indagare troppo sul problema, e tenersi semplicemente alla larga. L'economista-presidentessa, insignita «per la sua battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell'opera di costruzione della pace», si limita a spiegare che i deputati fanno bene a voler ancor di più caricare le pene contro i gay e i loro difensori, su questo semplice assunto: «Noi ci amiamo esattamente come siamo. Abbiamo valori tradizionali della nostra società che vogliamo preservare». Va detto che in effetti la legge anti-gay esistente in Liberia era considerata largamente teorica, visto che non risultavano persone effettivamente condannate in base a essa. Ma in un contesto africano dove l'omosessualità è sempre più repressa, dalla pena di morte di Nigeria del Nord, Sudan e Mauritania all'ergastolo dell'Uganda, lo scorso dicembre Hillary Clinton disse che l'aiuto allo sviluppo Usa avrebbe dovuto essere usato per promuovere i diritti degli omosessuali, e allora i giornali liberiani si sono scatenati, con editoriali e articoli contro l'«abominazione». E poi in Parlamento è venuta questa nuova proposta di legge. L'ex Procuratore Generale liberiano Tiawan Gongloe in un'intervista al Guardian ha spiegato: «Se la Sirleaf si azzardasse a dire che vuole decriminalizzare l'omosessualità firmerebbe il proprio suicidio politico». di Maurizio Stefanini

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