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"Pena da niente per l'ubriaco che mi ha investito"

Miriam Romano
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«È come se mia figlia fosse stata investita per la seconda volta». La voce di Veronica Bertoncini intreccia sfumature di rabbia e sconforto. La mente torna inevitabilmente al ricordo di quella notte, del 24 luglio 2016, quando l’auto su cui viaggiava sua figlia Carlotta Di Benedetto, che allora aveva solo ventiquattro anni, è stata tamponata violentemente da un’Audi sull’autostrada A4, nei pressi del Comune di Orio al Serio, in provincia di Bergamo. Un urto improvviso, da dietro, l’automobile è uscita dalla sede stradale ribaltandosi più volte. Carlotta è finita in ospedale, tra la vita e la morte, è stata intubata. È sopravvissuta dopo settimane di agonia, ha passato venti mesi di ospedale, oggi ha 29 anni, non ha più l’uso delle gambe, che saranno paralizzate per sempre e dovrà sottoporsi a cure per tutta la vita. 

Alla guida dell’Audi che le ha stravolto l’esistenza, c’era un giovane in evidente stato di ebrezza, S. B. di un paesino della Bergamasca, che quella notte ha sorpassato i limiti di velocità consentiti, arrivando ai 170 km/h. Ne sono seguiti per Carlotta e la sua famiglia cinque anni di cure mediche, stravolgimenti e agonie. Ma anche cinque anni di lotte per ottenere un giusto processo e una sentenza di attestazione di colpe e danni subiti. Danni gravissimi proporzionali a quelle due bellissime e giovani gambe che non potranno più tornare a camminare. 

Dopo continue richieste per accelerare i tempi di un procedimento penale che sembrava procrastinato all’infinito, due giorni fa è arrivata l’ordinanza del giudice. «C’è stato il gelo in aula quando abbiamo saputo il responso», racconta la madre di Carlotta. Il tribunale di Bergamo, anziché procedere con il rito “ordinario” nei confronti dell’imputato, ha optato per la soluzione della cosiddetta “messa alla prova”, un beneficio previsto dalla legge che sospende il procedimento penale, saltando i gradi del processo, senza possibilità di impugnare la sentenza. Al giovane che ha investito Carlotta non verrà inflitta una vera “pena”.

L’ordinanza del giudice ha previsto a suo carico solo lavori di pubblica utilità, la presa in carico presso il Sert competente, il versamento di 400 euro al mese a favore dell’associazione a tutela delle vittime della strada e la frequenza di un corso di guida sicura organizzato dall’Aci. Una decisione che ha lasciato sgomento nella famiglia di Carlotta. Non solo S. B. era ubriaco quella sera, ma non era neppure la prima volta che causava incidenti in auto per colpa dell’alcol. Nel 2005 era stata coinvolto in un sinistro stradale per guida in stato di ebrezza. Per lo stesso reato era stato denunciato l’anno successivo. Ma era noto alla Polizia anche per infrazioni dei limiti di velocità, che gli erano state contestate ben altre due volte prima dell’incidente che ha distrutto la vita di Carlotta.

«Dopo i vergognosi lunghissimi cinque anni, un’ordinanza inaccettabile, scandalosa, “la pacca sulla spalla” crea un precedente terribile vista la gravità dell’episodio e le lesioni gravissime permanenti causate», ha affermato la giovane. «Un provvedimento che legittima il reato. Le nostre vite sono state totalmente cambiate. Sono stata un mese in rianimazione intubata rischiando di morire per la gravissima contusione polmonare e lesione midollare, ho avuto di tutto e di più, mi è stato privato l’uso delle gambe. A me è stato privato l’uso delle gambe per tutta la vita e non solo, lui da sempre libero invece non è stato privato l’uso della patente e guiderà per tutta la vita, magari ancora ubriaco ad alta velocità vista la sua recidività, libero di poter causare altre vittime. Siamo indignati e delusi. Sono stati ignorati totalmente la recidività del reato, la condotta del tentativo di fuga e quindi omissione di soccorso. Resta l’ennesimo terrorista ubriaco della strada impunito. È un’offesa alla morale e all’intelligenza, in aula sono stata investita una seconda volta. Il sistema ancora una volta ha fallito», ha raccontato ancora. 

Perché al giovane conducente è toccata una pena quasi nulla a fronte dell’incommensurabile danno subito da Carlotta? «La legge che ha inasprito i reati stradali è stata introdotta alla fine del 2016, mentre l’incidente che ha visto coinvolta Carlotta è avvenuto quell’estate, quindi precedentemente all’introduzione della nuova disciplina. Per questo la condotta dell’imputato è stata valutata alla luce delle norme in vigore al momento del fatto», spiega il legale di Carlotta, Mirko Palumbo.

Nonostante, inoltre, il soggetto fosse un recidivo, si è potuto giovare dell’istituto della messa alla prova. «Questo è successo per un motivo formale: i due precedenti di guida in stato di ebbrezza non figuravano nel casellario giudiziario dell’imputato perché non c’erano delle condanne penali definitive a suo carico, così ha potuto beneficiare della norma introdotta nel 2014 dal governo Renzi», aggiunge l’avvocato. «Il primo dei due reati, infatti, all’epoca era considerato dalla legge reato amministrativo», spiega ancora Palumbo, «mentre il secondo è andato in prescrizione. Al momento del processo di Carlotta quindi non sono stati presi in considerazione dal tribunale i precedenti dell’imputato». Non ci sarebbero violazioni da parte del giudice, dunque, che ha applicato le norme secondo la legge. «Però le questioni potevano essere valutate diversamente. Il giudice poteva rigettare la richiesta di messa alla prova basandosi su due fattori», aggiunge il legale di Carlotta, «la prima riguarda la gravità dei danni subiti dalla vittima. Danni permanenti e assolutamente gravissimi. Inoltre, i precedenti dell’imputato, anche se non risultano dal casellario giudiziario e lui risultava tecnicamente incensurato, erano agli atti del processo: quindi sarebbero potuti essere valutati comunque dal giudice per andare avanti con un normale processo».

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