Se anche tutte le gravi accuse sulla base delle quali il giudice lo ha tenuto in carcere si rivelassero vere, Carmelo Cinturrino resterebbe comunque solo uno dei sintomi, non la causa del problema. L’assistente capo di stanza al commissariato milanese di Mecenate, diventato da poliziotto a delinquente, è una delle tante anime che si sono perse nel boschetto di Rogoredo, la principale piazza dello spaccio di eroina del Nord Italia. In realtà, lo smercio non avviene più tra le centinaia di ettari di verde collocati tra stazione, ultimo avamposto sud della città, e l’abbazia di Chiaravalle, pochi chilometri più in là, con il suo sparuto insediamento urbano. Quell’area è stata bonificata prima del Covid ed è ora gestita da Italia Nostra, società del terzo settore che ne ha fatto un parco poco frequentato, visto che è in mezzo al nulla.
Da dopo la pandemia, pusher nordafricani e tossici italiani, molti dei quali di seconda generazione, si scambiano morte e denaro tra i binari dell’Alta Velocità, dove non è raro che qualcuno perda la vita travolto da un treno senza neppure accorgersene. Capita quasi ogni mese, anche più di una volta. I ciclisti e i corridori della domenica, che scorrono lungo il lato est del boschetto, si imbattono di frequente in zombie barcollanti che arrivano dalla ferrovia.
Con l’approssimarsi dei Giochi Olimpici era partita una pressione molto forte per imprimere un ulteriore giro di vite, ripulire i dintorni della stazione, perché tutto avvenisse lontano dagli occhi dei turisti. Si è provveduto a una progressiva opera di muratura lungo i binari, per impedire l’accesso alla ferrovia, e lo spaccio era stato sospinto, quasi confinato, in una piccola area verde, tra San Donato e Milano, quella dove Abderrahim Mansouri è stato ucciso. Di certo, la richiesta fermissima di maggiore sicurezza e operatività aveva aumentato non poco il clima di tensione nelle scorse settimane.
I legali della vittima affermano che il giovane pusher meditasse di cambiare vita. È un fatto però che la sua famiglia è considerata quella che ha in mano la vendita al dettaglio della droga, anche se la composizione della squadra di spacciatori è variegata e si avvicenda; marocchini, ma pure albanesi. Per conto di chi? A governare il tutto sarebbe la criminalità organizzata italiana, un clan trapiantato dalla Puglia. Una decina d’anni fa il boschetto era popolato da oltre duemila drogati al giorno. Era diventato una sorta di santuario dell’eroina a cielo aperto, il posto da cui era ripartito il traffico dell’oppiaceo, che per quasi vent’anni era di fatto sparito dalla città dei grattacieli.
Oggi le cose sono cambiate. Si parla di poche centinaia di frequentatori al giorno, una minoranza rispetto ai drogati del capoluogo lombardo, almeno stando a quanto traspare dagli esami delle acque fognarie, da cui risulta che sono centocinquantamila i milanesi le cui urine rivelano un consumo abituale di droga.
Cosa accadrà ora di quell’area desolata, dipenderà molto dallo sviluppo dell’inchiesta, che promette di allargarsi, almeno interpretando le parole del capo della Polizia, Vittorio Pisani, il quale ha dichiarato che si farà chiarezza fino in fondo e senza sconti. È probabile che ci sarà un ricambio ai vertici, prima e a prescindere da ogni colpevolezza. La situazione è delicata. Il quartiere è in subbuglio da anni, esasperato e talvolta anche fomentato da chi cerca facili voti. Se la popolazione, afflitta dagli spacciatori e dalla delinquenza, dovesse perdere fiducia nelle forze dell’ordine, si rischierebbe il caos quotidiano. Per questo è importante non mollare la presa e dare un segnale fortissimo da parte delle autorità. Il caso Cinturrino non dev’essere solo l’occasione per liberarsi della mela, o delle mele, marce nella polizia, ma per ripulire definitivamente il quartiere, vegetazione, strade e binari.
A onore del vero, bisogna ricordare che estirpare lo spaccio è operazione quasi impossibile. Un po’ perché più lo insegui, più esso si muove lungo la ferrovia. E se provi a ripulire i parchi, si sposta nei cortili. Molto perché si tratta di reati che non prevedono la custodia cautelare, quindi i fermi fatti dalle forze dell’ordine non si traducono in arresti e i provvedimenti di via formalizzati, i cosiddetti Daspo, non vengono poi confermati. Di fatto sta agli agenti non solo il controllo del territorio, ma anche l’operazione di mediazione con la malavita, con la quale le divise sono costrette ad avere rapporti quotidiani e dalle alte potenzialità di contaminazione.
Tutto questo è probabilmente documentato dalle centinaia di telecamere piazzate alla stazione e nei dintorni: se l’inchiesta scenderà nel dettaglio, potrebbero svelare scenari inquietanti, come quello di una guerra in corso per il controllo dello smercio.




