(Adnkronos) - "Il nostro non e' sicuramente un comparto maturo: qualche anno fa veniva dato per morto. Dopo l'apertura scellerata del Wto ai Paesi a basso costo - ricorda Sagripanti - molte aziende avevano chiuso, molte erano passate dall'essere impresa a essere terzista. Invece nel 2011 siamo stati uno dei pochi settori che ha trainato l'economia italiana. A differenza di tanti altri settori, abbiamo fatto un +14% di export per un settore che esporta l'80% della produzione e questo ha fatto crescere del 4% la produzione. Abbiamo addirittura segnato un +1% nell'occupazione. Creare occupazione nella manifattura e' un valore importantissimo per un Paese come il nostro che ha una creativita' immensa e sa trasformare i progetti in bellissimi prodotti che poi si trovano a Parigi in Rue Saint Honore', in Madison Avenue a New York o a Ginza a Tokyo. Non solo si vedono molti negozi di moda italiani, ma molti negozi di calzature italiane. nove marchi su dieci all'estero sono italiani". Insomma, il calzaturiero italiano e' un settore solido. Se da un lato diminuiscono imprese e addetti nel medio-lungo periodo, che oggi si attestano rispettivamente a 5.600 aziende e 81.000 addetti, e diminuisce anche il numero di paia prodotte, salvo risalire nel 2011 sino a 207,4 milioni, tiene l'export, che negli ultimi due anni risale con un incremento a due cifre (+13,7% nel 2010 e +12,7% nel 2011), recuperando il -15,9% del 2009. Oltretutto, le potenzialita' dell'export sono ancora molto importanti: "in un paese come la Russia - fa notare Sagripanti - che, ad eccezione del 2008, cresce come importazioni di calzature, abbiamo una potenzialita' di crescere per un altro 60% nei prossimi 5 anni. E abbiamo oggi una quota di mercato del 20%". Ma soprattutto si rafforza il saldo commerciale positivo netto (+10,5% nel 2010 e +16,4% nel 2011, contro il -26,2% nel 2009). In sostanza, il settore calzaturiero contribuisce in media piu' del tessile-abbigliamento o della meccanica rispetto al saldo commerciale per addetto. (segue)




