Cerca
Logo
Cerca
+

Addio Franco Battiato, poeta di una destra antica

Franco Battiato

Solitario, geniale, inventore di stili, il cantautore aveva una sua ideologia che passa da Mircea Eliade e la cristianità, e arriva alla filosofia Sufi

Francesco Specchia
  • a
  • a
  • a

“La vita non finisce, è come il sonno/La morte non esiste, è solo trasformazione…”. Nei suoi ultimi anni, nei suoi ultimi giorni, passati nel ritiro quasi spirituale della sua Milo, alle pendici dell'Etna -lo stesso luogo scelto da Lucio Dalla come residenza estiva- Franco Battiato sussurrava l’enigma dell’esistenza. Lo vedevano ingobbito, col volto sempre più scavato nelle rughe, in camicia bianca, seduto a un pianoforte rivolto verso il mare. Dicono che Battiato, da quella vista, passasse il tempo a trasformare in rune magiche il canto delle sirene.

D'altronde, tutto nel Maestro, che aveva sempre fatto del suo essere un anacoreta una missione -circondato solo da madre, fratello e nipote avvocatessa-, era rarefatto. Tutto era immerso in un inespugnabile mistero: la sua vita privata, le amicizie, la creazione dei dischi, perfino la dipartita, avvenuta ieri, in casa, per una malattia che resterà anch’essa un segreto. Francesco Battiato in arte Franco (abbreviativo suggeritogli, per non confondersi con Guccini, al Club 64 di Milano dall’amico Giorgio Gaber che gli procurò il primo contratto discografico), classe 45, nato a Ionia provincia di Catania, figlio di un camionista siciliano e scaricatore di porto a New York, cantante, compositore, regista: è stato uno dei più emblematici artisti del Novecento italiano. Ma non era arrivato ad essere il nostro Leonard Cohen esoterico, il modello per tre generazioni, così all’improvviso. Aveva fatto la gavetta, si era adattato progressivamente ai suoi studi, aveva cambiato più pelli artistiche di un serpente. Prima il pop anni 60 che lo faceva transitare, irriconoscibile in veste punk, nei programmi Rai Per voi giovani, chez Renzo Arbore. Poi il rock progressivo, l’avanguardia colta, la musica elettronica, la canzone di protesta. Addirittura, all’inizio degli anni 70, con le produzioni Fetus e Pollution alcuni suoi spettacoli erano sperimentali a tal punto da irritare gli spettatori. Poi, per scommessa con alcuni critici musicali, Battiato si buttò sul pop. E con l’Era del cinghiale bianco e soprattutto la Voce del padrone arrivò il successo di pubblico: Bandiera bianca, Cuccurucucù e “Centro di gravità permanente/che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”. Erano testi spiazzanti e ipnotici per noi ragazzini degli anni 80. “Gesuiti euclidei /vestiti come dei bonzi/per entrare a corte degli imperatori /della dinastia dei Ming” non avevamo la più pallida idea di cosa significasse, ma la cantavamo innaturalmente, a mantra. Infine, il Maestro virò sul dolente e riflessivo e produsse, grazie alla collaborazione col filosofo Manlio Sgalabro, e col violinista Giusto Pio, diamanti tra cui E ti vengo a cercare, L’oceano di silenzio fino a La cura. Tutti pezzi dalla doppia cifra tra amore e spiritualità, tra la filosofia sufi e i suoni di Stockhausen, tra l’elettronica e il Premio Tenco. La gran parte dei fan vedeva nei testi di Battiato l’anima mundi, pochi altri -come la scrittrice senza titoli Michela Murgia- li ritenevano “delle minchiate”. Il Maestro ha percorso anche le vie del cinema sia come regista in Perdutoamor e Musikante su Ludwig van Beethoven presentato alla Mostra del cinema di Venezia, sia come attore in Frammenti di una biografia per versi e voce e In serra di Elisabetta Sgarbi.  Si era dedicato anche alla pittura, con alterni successi.

Si è molto discusso del cotè politico di Battiato. Nel ’92 il critico musicale Gianfranco Manfredi scrisse del disco l’Arca di Noe “è un vero Bignami di stimabilissima cultura da Nuova Destra”; e lì molti capirono quanto Battiato, nonostante quell’aria da esistenzialista alla Sartre, non fosse di sinistra. Battiato non accettava etichette. Eppure aveva votato Vendola ed era stato assessore alla Cultura nella Sicilia di Crocetta (durò qualche mese, fatto fuori dopo aver dichiarato al Parlamento Europeo, denunciando la corruzione dei politici: «Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa») .Eppure, Battiato era anche di una destra antica, animista, fuori dal tempo e dallo spazio. Battiato amava l’antico Egitto e l’India dei Re sacerdoti, dove “l’autorità spirituale coincide con quella temporale”. Apprezzava da vero snob la cultura penitenziale cattolica; attaccava l’imperialismo dei nuovi russi; osservava il sesso nei ghirigori dei danzatori dervisci. Era ispirato dall’esoterista Renè Guenon quello del Re del mondo (destrissima) e dallo storico delle religioni Mircea Eliade, e  da Ezra Poud di cui aveva studiato la tecnica del fango di parole, con richiami vividi a Proust, Pascoli, Carducci. Una volta partecipò, tra i pochissimi artisti, ai convegni culturali di Alleanza Nazionale. Solo una volta. Anche se era anticomunista.

 Si cullava sugli echi della musica classica e del mistico George Gurdjieff, dal suo locale preferito di Parigi, sfogliando il Libro tibetano dei morti. In più, come tutti i Fascisti immaginari dell’omonimo libro di Filippo Rossi e Luciano Lanna (in cui viene abbondantemente citato) il Maestro rifiutava l’inglese come lingua d’occupazione e, cantando, emozionatissimo davanti a Papa Wojtyla diceva: “Non servono più eccitanti o ideologie/ci vuole un’altra vita”.  L’ultima sua citazione è stata al Festival di Sanremo scorso, quando il duo Colapesce e Di Martino, quello di Musica leggerissima, nella serata delle cover ha intonato Povera Patria evocando la voce del Maestro che ribadiva il concetto: “Tra i governanti / quanti perfetti e inutili buffoni, /questo paese devastato dal dolore / ma non vi danno un po' di dispiacere quei corpi in terra senza più calore”. Ci vuole un’altra vita, diceva. Ora ci è arrivato, lasciando a noi il suo sussurro…

Dai blog