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Non è l'Arena, rumors su Giletti: "Cosa manda in onda domenica dopo le bombe di Odessa", schiaffo alla sinistra

Massimo Giletti da Odessa

Francesco Specchia
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Massimo Giletti maneggia la sua innegabile professionalità televisiva con un paraculismo che lo rende un Jeckill e Hyde dei palinsesti. La settimana scorsa aveva attribuito a un Povia prima antivaccino e ora filoPutin la credibilità di Adenauer; l'altra sera ha condotto la puntata di Non è l'Arena sotto le bombe, da Odessa. Un bipolarismo psicotelevisivo che meriterebbe un'analisi, anche freudiana. Ma non ora. Concentriamoci, invece, su Odessa. E su Massimo col giubbotto nero, antiproiettile, con la scritta "Press" dei veri inviati nel teatro di guerra, mentre cammina tra i cadaveri dell'Ucraina. E poi su Massimo che si commuove per una donna in lacrime; e documenta gli spari in diretta tirando per la collottola il cameraman; e accarezza un gattino «simbolo della vita che vuole andare avanti». Sarà forse per rompere «la monotonia delle narrazioni di guerra» come dicono i detrattori; o forse per ricordarsi dei suoi trascorsi da inviato ai tempi di Giovanni Minoli; o forse per dedicarsi ad un doveroso lavacro penitenziale che lo depuri dalle puntate più trash (Fabrizio Corona e i negazionisti del Coronavirus, il falso matrimonio di Pamela Prati ecc...) di Non è l'Arena. Sarà tutto questo. Ma, insomma, fatto sta che Giletti ha qui compiuto un atto forte ed inedito. Ha condotto il suo programma da un rifugio della Croce Rossa nell'Odessa assediata dai russi, appunto.

 

 

 

TRA I RAZZI
Magari l'uomo è stato teatrale (lo è stato). Magari un po' compiaciuto nel rammentarci che compie gli anni mentre, nella temperie di lacrime e dolore, suona la sirena dell'attacco aereo, come gli ha battuteggiato Mentana, che pure ha ben accolto il suo reportage. Ma, diavolo, condurre un talk sotto le bombe e i razzi delle contraerea non è da tutti. Provate a farlo voi. In Italia, dacché ho memoria, è un gesto nuovo. Ricordo, tra l'altro, che non è la prima volta che a Massimo parte l'embolo da Peter Arnett; e si ricorda di essere stato un cronistaccio sul campo di battaglia. Nel 2015, per dire, raccontò, in bandana e telecamera, il conflitto dell'Isis da Kurdistan iracheno, nel 2011 si spostò in Afghanistan a documentare la missione italiana dalla trincea. Non pochi anchormen di razza - penso a Corrado Formigli, ma anche all'ultimo Andrea Vianello da Leopoli - si lasciano invadere dalla voglia del racconto in presa diretta sotto i bombardamenti, si mettono l'elmetto e, per una volta, tornano a fare il mestiere vero.

La differenza con gli altri colleghi è che Giletti più che raccontare la cronaca fa intrattenimento. Può piacere o no, ma lo fa bene. Ed è unicamente per questo che suscita sentimenti contrastanti. Prendete Selvaggia Lucarelli: ha twittato sul conduttore parole di fuoco; ha ricordato l'esistenza del coprifuoco in Ucraina alle ore 20 e perciò ha chiesto spiegazioni sulla presenza di Giletti per strada, avanzando due ipotesi: «O lo ha violato o l'inizio era registrato». Poi senza mezzi termini ha parlato di un ulteriore aspetto, che lo ha definito il «più inquietante»: il conduttore a Odessa, «dovrebbe raccontare la guerra e improvvisamente sembra tutto il set di un film di serie b». Infine Selvaggia ha chiosato: «Mai come stasera dobbiamo rispettare chi va a documentare la guerra senza personalismi, senza spettacolarizzazione, senza retorica, senza usare i cadaveri per fare show, senza il suo faccione davanti a quello che accade». Senza polemiche, possibilmente. Giletti ha risposto affermando di apprezzare la Lucarelli solo quando alza la paletta da giurata a Ballando con le stelle. Poi c'è stato anche il regista Gabriele Muccino, ad aver preso malissimo la trasferta bellica del conduttore: «Truffatore, mediocre, miserabile ominide», un'opinione che mi pare, onestamente, un tantino esagerata. A Muccino controbatte Rita Dalla Chiesa: «Pochi hanno le palle di andare dove si sta combattendo una guerra odiosa, inaccettabile».

 

 

 

L'INVIATO
Non fa rischiare solo gli inviati. Rischia in prima persona». La Rita è così: sempre tranchant sulla critica da salotto. E, in effetti, Massimo sotto le bombe si gasa, s' accalora, cede al suo racconto sfiorando l'eventizzazione («Sono venuto qui perché credo che se vuoi parlare di guerra devi vedere» esplicitando quest' idea narrativa dell'ostentazione "corpo dell'inviato", talora dell'invidiato), rende il reportage quasi una pièce. Giletti è in parte registrato? Probabile, anzi quasi certo. Ma non è importante ai fini della trama. Comunque sia, Giletti sa come fare televisione. Da domenica -ne sono convinto- tornerà a dar voce ai terribili terrapiattisti di ogni latitudine, e alternerà il racconto pruriginoso delle Olgettine e quello fantastico dei nostri ricercatori in fuga come Mattia Barbarossa al Mit. Accosterà pure le denunce dei comuni sciolti per mafia alla storia della pornostar Malena la Pugliese mentre ricorda il suo passato da agente immobiliare. Gilletti è Jeckill e Hyde. Ma quando è Jeckill, resta tra i migliori...

 

 

 

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