Ci hai lasciato in silenzio, con un remoto bagliore finale, Daniele Cavaglià. Se ti avessi chiamato “manager”, mi avresti mandato a quel paese, non eri un prodotto da laboratorio, non esiste un master per impastare la vita dei giornali, ci devi andare a letto e poi amarli ancora al risveglio, all’alba. Venivamo entrambi dall’università della strada, questo faceva di noi due dinosauri in un mondo che si stava popolando di creature sintetiche.
Eri uno dei nostri, come Joseph Conrad scriveva in Lord Jim e non potevi essere altro che questo, il capo della sala macchine di Libero. Quello che non si vede ma fa tornare i conti e l’inchiostro, la pubblicità e i passi perduti dei giornalisti, le edicole con la pioggia e il sole, la filosofia di inter net e le bobine di carta, le litigate e le bicchierate, per far tardi, per fartela passare quando non va, per essere uno e unico e non solo esistere nella moltitudine. Passavano i direttori, tu restavi, Cavaglià. Due anni fa mi hai detto: «Mario, io lascio, torno a Moncalieri, mi devo riposare e poi vedrò che fare». Non condividevo l’idea e la mossa, ma superati i Cinquanta diventano possibili anche le cose più matte, ci sono quelli che si comprano la Porsche a rate e lasciano la moglie in un’unica soluzione, tu avevi deciso di chiudere la tua avventura con Libero dopo più di vent’anni di fedeltà assoluta alla famiglia Angelucci.
A 53 anni la tua partita si è chiusa con un impossibile scambio con la Grande Falciatrice, Dio solo sa perché tutto questo sia accaduto, ma chi ti ha amato, i tuoi genitori, tua moglie Fulvia e tua figlia Martina, sa bene che il male ha preso il sopravvento sulla biologia, non sulla biografia. Scorrerà nella memoria di ognuno di noi il giorno dei tuoi funerali, martedì 17, alle 10.15 nel Duomo di Chieri. L’opera di un uomo, quella resta, nessuno può strapparla, perché alimenta le vite degli altri.
Avevi iniziato a misurare il tuo talento nel campionato dei giornali con gli eventi, che sono tutto e niente, un gioco di prestigio, come la stampa, la distribuzione e la vendita dei quotidiani. A La Stampa vi fu il tuo incrocio con Gianni Di Giore e Stefano Cecchetti, altri due T-Rex del nostro Jurassic Park dell’editoria. Il terzo uomo di questa storia fu Roberto Crespi, storico amministratore del Giornale, forgiato nel rigore dell’officina sabauda, che tu consideravi «un maestro».
Il destino gioca a dadi: Crespi firmò il mio primo contratto in via Negri; Gianni lavorò con me quando ero direttore dell’Unione Sarda; Stefano, il “Cec” come lo chiamavi in pace e in guerra, è qui, senza parole, due stanze più in là, ha raccolto il tuo testimone nel primo passo del tuo lungo addio e ora raduna la memoria, accende il flashback della vita, spolvera ogni frammento di tutto quello che sei stato. Qui in redazione siamo tutti scossi, esorcizziamo il dolore con il lavoro, ma una vita insieme, lo sai come funziona da queste parti, è un libro aperto.
Conoscevamo il tuo sorriso, il pulsare dei tuoi occhi screziati che scandagliavano il fondo di ognuno di noi, quel ciuffo che si calava sulla tua fronte e veniva spettinato dal vento, il capriccio di un eterno ragazzo che amava la barca a vela. Te ne sei andato troppo presto, veleggiando nella quiete, tu che ti nutrivi del clangore delle rotative e respiravi a pieni polmoni la fatica da porto di mare dei giornali.
Caro Daniele, lo so, è tardi, ma ci siamo, c’è ancora una pagina da spedire in tipografia, è l’ultima, stiamo chiudendo, parla di te, di noi, che ti sia lieve la terra.




