Renzo Arbore come Paganini un tempo - ma anche come Fiorello oggi - non ha mai amato ripetersi. Cinquant’anni fa esatti nasceva L’altra domenica, un esperimento di nuova televisione ideato da Arbore insieme con Ugo Porcelli, durato solo tre stagioni che Rai Cultura sta ricordando e riproponendo (ieri e oggi) con varie incursioni nel palinsesto di RaiStoria, aiutando i telespettatori a fare un viaggio in una tv che non c’è più o, forse, potrebbe anche essere giusto dire che non c’è ancora. L’altra domenica, infatti, è stato un fenomeno di stile, tendenza, parole e note avveniristiche. In cui il maestro del varietà ha utilizzato tutto l’armamentario dello spettacolo (ma anche del giornalismo) per “sprovincializzare l’Italia”, riportando però in auge anche termini che erano divenuti desueti e quasi pericolosi da utilizzare, come “patria”.
Renzo Arbore, mezzo secolo fa nascevaL’altra domenica. Cosa è rimasto nell’Italia e nella televisione di oggi di quell’esperienza?
«Oggi L’altra domenica è paragonabile più ai social che alla tv perché noi facevamo tutto fuori... Andavamo a pescare Pino Daniele dove suonava a Napoli quando era ancora giovanissimo, come pure Paolo Conte. Arrivavamo fino a raccontare la Festa degli Incompresi che fu antesignana della Corrida, dove c’erano tutti i dilettanti allo sbaraglio. Trasformammo le vallette, fino ad allora mute, in inviate che giravano l’Italia e il mondo per fare servizi giornalistici. Mi rendo conto oggi, dopo cinquant’anni, della portata rivoluzionaria delle cose che facevamo noi».
Si può dire che L’altra domenica fu antesignana anche dell’infotainment. All’inizio avevate firme come Maurizio Barendson, Gianni Brera, Gianni Minà.
«Esatto. All’inizio provammo a tenere insieme varietà e sport, ma poi ci separammo perché era difficile a volte interrompere il racconto sportivo.
Però continuammo a fare molte cose insieme al Tg2, dallo speciale elezioni al telefono libero in televisione. Mi inventai il3139, nacque anche lo studio aperto del Tg2».
Del resto anche il Tg2 era appena nato.
«Sì. A noi piaceva molto e andavamo anche molto d’accordo con loro. Forse c’era giusto qualche giornalista del Tg2 che era un po’ geloso del nostro successo... Perché i collegamenti con Londra avrebbero voluto farli loro...».
(Sorride) E poi che inviate: Isabella Rossellini da New York!
«Isabella amava raccontare le cose più anomale che accadevano a New York nei locali proibiti... Avemmo anche Milly Carlucci come inviata. Fu la prima a raccontare il Motor Show di Bologna».
Oltre a valorizzare le donne vi prendeste anche un po’ gioco del “maschile”. E così?
«Beh, fummo tra i primi a mostrare la Tombola di Napoli coi cosiddetti “femminielli” che oggi è diventata un’attrazione turistica, ma fummo anche i primi a portare in tv tre maschietti travestiti da donne che io chiamai le Sorelle Bandiera».
Un fenomeno simile alle drag queen di oggi?
«Probabilmente fu qualcosa di più innocente. Tanto che i bambini a Carnevale si travestivano da Sorelle Bandiera e cantavano “Fatti più in là”».
Si può dire che riusciste a tradurre gli ideali del ‘68 in un formato televisivo deideologizzato e fruibile per tutti?
«Facevamo tutto quello che in tv non si faceva. Davamo voce ai cantanti di strada, ma a Roma siamo andati anche in una chiesa dove c’era la vecchia Compagnia D’Origlia-Palmi che ogni domenica faceva spettacoli ultracattolici. Ma tutto questo sa perché fu possibile?».
Me lo dica lei.
«Per due motivi. Anzitutto perché non ci interessava degli indici d’ascolto che erano relativi. Inseguivamo il gradimento del pubblico che c’era, non quello che oggi chiamano share».
E l’altro motivo?
«Il fatto che io, da provinciale e quindi da uno che conosce solo le cose della propria città, volevo sprovincializzarmi e sprovincializzare il pubblico, facendo vedere a Roma delle cose di Milano o Bologna, che naturalmente non si vedevano in Puglia e viceversa. Il mio ideale era quello che si concretizzava ancora di più con le corrispondenze da Parigi, Londra, New York».
Inventò anche Benigni come critico.
«Sì, di film e opere musicali che non capiva e equivocava. Tutte cose assurde, surreali... che incuriosivano noi e il pubblico».
Però chiudeste dopo solo tre stagioni. Perché?
«Fui io a decidere di chiudere perché avevamo ottenuto tutto. Facevamo pure L’altra domenica di sera! Per cui decisi che poteva bastare così. La Rai fece di tutto per trattenerci, il direttore di Rai2 ci invitò a pranzo, ma il rischio di diventare ripetitivi era troppo alto. Questo era ciò che volevo evitare di più».
Farebbe ancora quella scelta?
«Assolutamente sì perché se non l’avessi presa forse non avrei fatto subito dopo Tagli, ritagli e frattaglie con Lory Del Santo e Luciano De Crescenzo o Telepatria International, il primo programma patriottico quando la parola patria non era ancora tornata in auge».
Una cosa che, invece, le piacerebbe rifare?
«Farei rivedere volentieri tutte le immagini che abbiamo girato in giro per il mondo con l’Orchestra Italiana: non i concerti, solo i fuori scena. Tipo quando in Cina andavamo a comprare il te cinese e tante altre cose strane capitate».
Esistono anche queste riprese?
«Certo. Ero abituato a portare sempre una telecamera dietro per testimoniare tutto».




