Non ditegli che è presente troppo spesso perché la prende a male e forse ha pure ragione: a Napoli c’è ancora qualche evento politico, sportivo o culturale dove per mera stravaganza non viene chiamato. E talvolta si pubblicano addirittura libri, in una città tanto feconda di scrittori quanto sterile di lettori, senza la sua prefazione o la sua presentazione. Curiose eccezioni, perché per queste mansioni ormai lo cercano da tutta Italia: anche Claudia Conte, e sapete chi è, per il libro La Voce di Iside ha beneficiato della sua bollinatura letteraria (ma lui confessa di non ricordare cosa le ha scritto). Perché di norma Maurizio de Giovanni – la “d” nel tempo ha subìto un nobiliare abbassamento, come per d’Annunzio – elargisce con generosità la sua partecipazione a dozzine di iniziative.
Di persona, per iscritto, firmando appelli e petizioni, da uno schermo televisivo locale o nazionale, via radio, sui social, in ologramma. Se Padre Pio si bilocava, lui può tri o quadrilocarsi anche per gli argomenti trattati. Lo vedi a una convention di +Europa, in un panel del Pd e a illustrare il libro del flotillero Arturo Scotto pubblicato da un editore fiorentino; interviene in un talk show sui rapporti tra il Napoli e Lukaku, esterna un’opinione sul bradisismo o sui problemi della scuola, lo becchi nel docufilm su Mario Merola e può spiegarti come si fa, se ancora si fa, l’autentico ragù (gli archivi lo restituiscono anche assieme alle figlie di Peter Kolosimo per discettare sull’opera paterna). Sta ammaliando con le sue opere il resto della Penisola, ma coltiva assiduamente il rapporto con la città (“la mia Napoli”) come i politici avveduti d’una volta curavano il collegio elettorale. Lui però nulla domanda in cambio. Esserci è la ricompensa.
Italo Bocchino spiana De Giovanni: "Volgare, pavido, senza attributi"
Italo Bocchino risponde agli insulti di Maurizio De Giovanni. Lo scrittore napoletano lo aveva preso di mira per alcune ...Chi se lo scorda può ritrovarselo inaspettatamente a suggellare un incontro altrimenti tedioso, dietro il microfono come i bulimici davanti ai frigoriferi di notte. Il 5 ottobre 2023, giorno solenne, offeso perché qualche invidioso medievista che vende meno di lui lo etichettò “prezzemolino”, ottenne quattro colonne espiatorie con foto in prima sul quotidiano fondato da Scarfoglio&Serao (scrittori come lui). Annunciava un notizione: «Mi vedrete di meno». La ripicca gelò il sangue dei napoletani ma è stata disattesa in virtù di una socievolezza che col tempo, a differenza della “d” del cognome, non s’è abbassata ma impennata.
Ora difatti i manigoldi lo chiamano “prezzemolone”. Frattanto quella stessa posizione d’onore sul giornale altri pure l’hanno conquistata, per esempio i maestri del teatro Enzo Moscato e Roberto De Simone, anche se in occasioni che a nessuno accadono più d’una volta (salute a noi). È giustappunto al teatro che de Giovanni ha dedicato parte delle energie, consacrate da Einaudi in un volume di 380 grammi che ambisce alla silloge. Ovviamente provvisoria ma ponderosa anche nel titolo: Tutto il teatro (quello completo di Beckett col logo dello Struzzo fa appena due etti). Questa però è soltanto la produzione marginale di un autore che negli ultimi vent’anni ha pubblicato qualcosa come un’ottantina di romanzi, cui si sommano i racconti antologici e quelli che un domani la Storia assemblerà nei tomi minori degli “scritti giornalistici”.
Italo Bocchino, De Giovanni agghiacciante: "Ignorante, lavati col liquido giusto"
Italo Bocchino nel mirino degli odiatori. La sua colpa? Aver elogiato il governo Meloni durante Il Festival del Libro in...Una media di quattro volumi l’anno, dal giallo al noir alla spy story più le serie tv e il filone sportivo (n.b. Mentre andiamo in stampa la lista potrebbe registrare variazioni). Impossibile calcolare quante prefazioni, introduzioni, benedizioni coronino un’attività che sbaraglia Simenon, considerando che tranne le divagazioni erotiche il papà di Maigret era un secchione della penna, mentre l’epigono napoletano volteggia come uno “strummolo” dall’agone politico ai commenti sulla morte di Vargas Llosa odi un dimenticato ex portiere del Napoli. A differenza dei critici letterari, che lo ignorano soltanto perché non esistono più, i giornalisti gli sono grati con lo stesso sentimento di chi possiede un coltellino svizzero adatto a tutte le evenienze. Se noi, quando eravamo giovani, dovevamo rincorrere il commentatore più adatto alle specifiche circostanze, oggi intervisti d(D)e Giovanni e alè. Canta Napoli: un delitto, il disagio minorile, l’overtourism? La risposta è pronta, sbobini e scrivi mentre scrive lui con quella portentosa facoltà che gli consente di affaticare gli editor il meno possibile: chi dubiterebbe mai che un testo di Maurizio vada alle stampe come arriva, compresi i punti e virgola.
Poiché un solo editore non riesce ad assorbirne la vena torrentizia se lo sono spartiti: quest’anno due romanzi a te, uno a me e un Maurizio di resto a quell’altro. Se con qualche grande gruppo non ancora ha pubblicato dipende solo da lui. Gli esclusi pregano ogni giorno che uno squillo del telefono palesi il suo nome, in questa congiuntura di micragna in cui nemmeno garantiscono successo le matres lacrimarum italiane coi loro romanzi dalle “quattro D” teorizzate dal professor Raffaele Simone: scritti da Donne che parlano di Donne Disperate per Donne.
Che fatica, quando noi cronisti (della “sua” Napoli) dovevamo dibatterci tra le dichiarazioni di Domenico Rea e di Ermanno Rea, di Michele Prisco e Mario Pomilio, di Antonio Ghirelli, Carlo Bernari, Francesco Rosi, Patroni Griffi e La Capria; quando quelli con la puzza sotto il naso snobbavano persino una battuta di Luciano De Crescenzo con la hybris di chi ignora il domani; che tempi quando, per incassare uno sfogo belluino contro la città, bastava fare il numero di Luigi Compagnone e ti sprizzava più arsenico di Giorgio Bocca; quando sulla crisi dei night sentivi Peppino di Capri e sul futuro delle gallerie t’illuminava Lucio Amelio; che tempi, quando un giallista come Attilio Veraldi lo scartavi per sazietà e poi mica ti veniva a una presentazione, era già tanto che da traduttore si fosse fatto scrittore, capace in Naso di cane di intuire gli sviluppi della camorra. Troppa roba. Tanta da dimenticarsi un Nicola Pugliese fino alla ristampa post mortem del capolavoro Malacqua.
Oggi per tutto basta Maurizio, un passato in banca condiviso con Pontiggia e T.S. Eliot, un presente da onnipresente senza bisogno di quell’aura fatata che a Saviano conferisce la scorta e a Elena Ferrante il si-sa-ma-non-si-sa-chi-è. Eppure, passeggiando tra i platani esausti del Vomero senza “gorilla” né falso nome, MdG forse qualche rammarico ce l’ha. Magari di non poter vincere lo storico Premio Napoli perché ne è (ovvio) il presidente, o di non poter vergare una prefazione a se stesso. Per compensarlo, come hanno fatto con il matador Curro Romero alla Maestranza di Siviglia, potrebbero innalzargli un monumento in vita o intitolargli almeno una tra le stazioni della metro di prossima inaugurazione. Il Meridiano può attendere (ma uno solo basterà?). Ps. Se vi accingete a stampare qualcosa fate ancora in tempo a chiedergli una prefazione. Sprecare l’occasione sarebbe un vero peccato.




