Tra le tre proposte della Rai per il nuovo ruolo da affidargli c’era anche il ruolo di corrispondente al Cairo. Un fatto che ha mandato su tutte le furie Sigfrido Ranucci, il quale venerdì sera ha reagito malissimo: «Io al Cairo? Forse sperano faccia la fine di Regeni». Una caduta di stile, condita anche dalla frase sulla scorta: «Non sanno evidentemente che io vivo sotto scorta anche da prima dell’attentato e al Cairo, all’estero, sarei senza scorta».
Sul tema ieri è intervenuto l’Osservatorio nazionale degli Anni di piombo per la verità storica. A parlare è Potito Perruggini Ciotta, nipote del brigadiere Giuseppe Ciotta, vittima di Prima Linea e presidente dell’Osservatorio: «Sigfrido Ranucci continua a paragonare la propria vicenda a quella di vittime come Falcone, Borsellino, Moro e, ora, Giulio Regeni. Un accostamento che appare improprio e difficile da sostenere. Quelle persone furono uccise per il loro impegno e non ebbero certo la possibilità di frequentare socialmente o comunicare attraverso canali ritenuti sicuri con chi veniva indicato come possibile mandante o figura coinvolta nella minaccia, come nel caso delle conversazioni su Signal riportate tra Ranucci e Lavitola». Secondo Ciotta, «se ritiene di non poter chiarire fino in fondo queste circostanze abbia almeno la dignità di rinunciare immediatamente al rafforzamento della scorta, che grava sulle risorse dei cittadini italiani».
Anche il post di qualche giorno fa in cui Ranucci citava Falcone e Borsellino aveva creato polemiche nel mondo politico e mediatico. Tanto che Maria Falcone, sorella del giudice ucciso da Cosa Nostra nel 1992, aveva criticato l’iniziativa: «Non l’ho capito e non lo condivido». Sigfrido aveva scritto così: «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza».




